Una gola profonda dalla Grecia ha fermato la cellula del terrore

Gianluigi Nuzzi

Disprezzato Giovanni da Modena, odiato quel suo affresco nella Basilica di San Petronio a Bologna, immagine dell’infamia impunita con il Maometto dannato tra gli idolatri, icona del XXVIII canto dell’Inferno di Dante. Era questo l’obiettivo dell’ultima cellula che voleva terrorizzare l’Italia a cavallo delle elezioni. Due atti di una tragedia: bomba nella basilica e subito dopo il voto bombe nelle metropolitana milanese. Il progetto vedeva la firma di due gruppi islamici. Marocchini e tunisini insieme in Al Qaida per il Maghreb e nel Gspc (Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento). Ma una falla nella struttura terroristica, con i racconti di un marocchino che collabora con le polizie detenuto vicino ad Atene, ha permesso di evitare le stragi. La segnalazione dall’intelligence è rimbalzata al Viminale e da qui - nell’inverno scorso - al Pm Nicola Piacente e al procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro. I Ros dei carabinieri hanno così rintracciato soggetti già noti e altri presunti terroristi finora sconosciuti alle indagini del dopo 11 settembre eseguite in Italia. Telefoni sotto controllo, pedinamenti per una ragnatela di relazioni tra simpatizzanti e aderenti passata al microscopio. Del resto le indacazioni che arrivavano dalla Grecia erano fin troppo chiare. Il marocchino raccontava di aver saputo che un emiro dell’organizzazione aveva disposto di «fare un attentato in Italia in una città del nord, nei primi mesi dell’anno. In quella chiesa dove c’è il quadro del Profeta». E cioè l’affresco del Quattrocento di Giovanni da Modena. Un’ulteriore e inquietante conferma è arrivata proprio dall’emiro finito in carcere a dicembre in Algeria. Confermò di aver impartito l’ordine ai suoi seguaci. A loro spettava poi il reperimento dell’esplosivo e la gestione logistica degli attentati, decidendo tempi e modalità. Massima allerta in Italia. Soprattutto dopo il primo «aggancio» degli inquirenti. Perché all’inizio e per settimane sembra che l’attività dei sospettati si svolga a compartimenti stagni. Non si riesce a individuare il perimetro esatto della cellula italiana. Ci vogliono settimane di lavoro. Con i militari che escono da via Lamarmora, che spostano le microspie, che seguono in diverse squadre e per ore questi islamici cauti, furbi, fin troppo scaltri. Uno di loro non utilizza i mezzi pubblici ma cammina solo a piedi. Un altro cambia continuamente i telefoni che predilige per le conversazioni.
Intanto la Basilica diventa un fortino. Soprattutto da metà marzo quando il gruppo sembra ormai individuato, almeno a livello anagrafico, e i controlli già da tempo rafforzati che ora si fanno sempre più palesi. Infine alcune fughe di notizie sui quotidiani rischiano di far saltare le indagini. Disappunto e conteggio dei danni. Il resto è cronaca di questi giorni con i decreti di espulsione che sembrano preferiti da chi, come gli inquirenti, ritengono ormai imprevedibili gli esiti dei processi dopo le ultime controverse sentenze.
Mai, fino ad oggi, si era arrivati così vicino alla pianificazione di attentati direttamente nel nostro Paese con una significativa evoluzione rispetto a quelle indagini che vedevano nelle cellule presenti solo fiancheggiatori pronti a reclutare islamici da inviare ai campi di addestramento, falsificatori di documenti e finanziatori. Anche grazie a quei militari del Ros che da ormai sei, sette anni, si dedicano a tempo piano a individuare, volto dopo volto, cognome dopo cognome, simpatizzanti di Al Qaida e loro strutture dormienti.