GOLDBLATT Obbiettivo Sudafrica

Nei suoi scatti la realtà cruda, fermata attraverso i dettagli dell’ordinario con i suoi pregi e i suoi difetti

Le fotografie di David Goldblatt sono tristi, deprimenti e scarne. Come devono essere. Ha vissuto l’apartheid, come si fa a non deprimersi? Da oltre trent’anni racconta il suo Sudafrica. Ne parla come farebbe un padre dei suoi figli. Evidenziandone pregi e difetti. Spiegando ogni fremito del carattere, ogni evoluzione. Per sopravvivere a tante brutture sociali e politiche ha impiegato l’esistenza a osservare il mondo da molto vicino. I suoi soggetti sembrano così ordinari, privi di valore, perfino banali. Eppure attraverso i dettagli ha registrato ogni cosa, componendo un’antologia unica nel suo genere. Il suo lavoro è ora esposto allo Spazio Forma di piazza Tito Lucrezio Caro 1 (Catalogo Contrasto). Una mostra curata da un altro grande della fotografia sociale, l’inglese Martin Parr. Otto sezioni per un totale di 136 immagini, tra bianco e nero e colore, realizzate a partire dagli anni Sessanta e per la prima volta visibili al pubblico italiano. I suoi soggetti preferiti sono pendolari e minatori, venditori ambulanti e senzatetto, imbianchini e artigiani, soldati e donne alla messa nella chiesa metodista, afrikaner medioborghesi dei quartieri residenziali ed emarginati neri costretti a vivere al limitare delle città. Sono scatti freddi, spogliati dai colori e da qualunque fronzolo decorativo. Goldblatt non ammicca al suo estimatore. Gli interessa denunciare i fatti, provocare reazioni, evidenziare le differenze imposte dal sistema inumano vigente nella sua nazione. È come se avesse voluto assumersi una responsabilità morale di quanto accadeva. È come se, col suo lavoro di fotoreporter, avesse immaginato di restare accanto a ogni soggetto inquadrato, di vigilare sulle persone facendosi carico delle loro esistenze e della sorte che li attendeva. L’attenzione dell’artista sui personaggi che popolano le inquadrature è totale e totalizzante. Ce lo immaginiamo con un peso sul cuore, con la sua vecchia Leica in mano a farsi un sacco di domande su cosa era morale e giusto e cosa no, di quell’epoca. I suoi scatti emanano un senso di verità profonda, che niente potrebbe domare. Vita, paesaggi e genti del Sudafrica sono lì tutti insieme. Oggetti del quotidiano, vestiti, pose, arredamenti interni, annunci di chi cerca lavoro, cartelloni pubblicitari ed edifici di ogni sorta, dalle baracche ai capolavori dell’architettura. Goldblatt si è soffermato sulle strade di Johannesburg, inquadrate con una macchina di grande formato per renderne l’ampiezza, per spiegarne il caos. Oppure sui funzionari statali, impiegati bianche e neri, immortalati sul posto di lavoro, presi come testimoni dell’evoluzione e dell’emancipazione della società. Il suo lavoro non parla di singole storie, narra invece un intero periodo storico. Tutto, ha indagato tutto, come ha fatto per noi De Biasi o per la Francia Cartier-Bresson. Consapevole di poter soltanto raccontare, Goldblatt l’ha fatto come un romanziere. Come Thomas Mann, descrivendo le piccole cose. È ancora uno dei grandi autori del nostro tempo, che come un occhio ha vigilato triste su quanto accadeva.
«David Goldblatt. Fotografie» fino al 26 agosto. Per informazioni: tel. 02.58118067; www.formafoto.it.