Goldbuster: sulla spiaggia come in miniera

Stefano Vladovich

C’è chi lo fa solo per passione, chi per ingannare il tempo, altri ancora per diventare leader assoluti del Grande Slam. Il tennis non c’entra nulla con i «tombaroli del mare», da oltre dieci anni riuniti in un’associazione che organizza gare all’ultima moneta. Da Cervia alle spiagge laziali il passo è breve: da quest’anno, difatti, la competizione più ambita si svolge sui nostri lidi. Quella di cercare denaro - ma anche braccialetti, orologi, collanine perdute in mare - è un’autentica professione.
Basta un investimento che sfiora i mille euro e via, tutti in spiaggia col metal detector. Altro che lavoretto stagionale: per molti si tratta di un’attività a dir poco lucrosa e, soprattutto, esentasse. Perché chi trova oggetti di valore su spiagge e fondali marini, si sa, ne diventa automaticamente il proprietario. E, come racconta Cosimo del film Da zero a cento, «c’è ancora qualche idiota che si fa il bagno con il Rolex al polso». Altro che infilarsi una magliettina rossa da baywatcher, servire al bancone di un bar d’uno stabilimento oppure cuocersi al sole per intere giornate sistemando lettini e ombrelloni. Pazienza, un po’ di fortuna e lo spirito da segugio di mare e chiunque può diventare un «goldbuster», letteralmente cercatore d’oro. Con la crisi da euro e la disoccupazione galoppante per centinaia di persone è davvero iniziata la corsa all’oro del terzo millennio. Gli esperti assicurano: guadagno assicurato. Non ci credete? Basta gettare uno sguardo sulla battigia di Capocotta o Castelporziano al tramonto, aspettare una giornata ventosa (che allontana i bagnanti indiscreti) oppure attendere che le nubi vengano spazzate via dal cielo al termine di un violento temporale per trovarne qualcuno all’opera. In mano i ferri del mestiere: un cercametalli modernissimo (a ultrasuoni digitale) capace di individuare nascosti sotto la sabbia monili d’oro e d’argento, ma anche monete d’ogni dimensione. Sulle orecchie cuffie collegate al rilevatore attraverso cui ascoltare i segnali emessi: di bassa intensità per il ferro, medi per fascette a strappo, carte stagnole o medagliette, acuti per oggetti ben più sostanziosi e appetitosi quali orologi e catenine.
Il periodo migliore? Tra settembre e i primi acquazzoni di ottobre, insomma durante la bassa stagione quando i fondi sabbiosi di Castelporziano, Torvaianica e, soprattutto, di Fregene, hanno fatto «incetta» di preziosi d’ogni forma e dimensione. «Non credevo ai miei occhi - racconta il gestore di uno dei sei chioschi ai “Cancelli” comunali - quando dopo appena un’ora di caccia al tesoro i cercatori mi hanno chiesto di cambiare 200 euro di spiccioli in banconote sonanti». In zona, ormai, li conoscono tutti: Spartaco e Mauro, 31 e 34 anni, confessano: «Non abbiamo un lavoro stabile, così quando possiamo facciamo un salto a Ostia alla ricerca di oggetti perduti. In inverno, invece, battiamo palmo a palmo la campagna di Ostia Antica con la speranza di recuperare un sesterzio romano in buono stato di conservazione, una corniola (una pietra preziosa finemente cesellata) o, magari, un bel denario romano-campano d’argento».
A sentirli parlare farebbero invidia a qualsiasi studente di archeologia e numismatica antica. Loro la storia non l’hanno studiata sui libri, la conoscono attraverso i «capoccioni» impressi sugli assi o i dupondi di 2mila anni fa. «Questo è Augusto, il figlio adottivo di Cesare - continuano - lo riconosci per il nasone. Tiberio, invece, ha la barba. Nerone, poi, è inconfondibile. Magari trovassi un aureo dell’imperatore pazzo, una rarità. Altro che Ostia: per tre mesi ne andrei in vacanza sul mar Rosso». Moglie e figli a carico, Spartaco e Mauro sono stati denunciati più volte dalla Finanza come «evasori totali». Già, se il recupero in mare di oggetti è permesso dalla legge, non è la stessa cosa quando si tratta di beni archeologici sottratti alla Stato. «Non siamo d’accordo - concludono -, la legge andrebbe rivista. Cosa facciamo, in fondo, di male? Prendiamo dalla terra quello che lo Stato non sa nemmeno che esiste». (1 - continua)