Il Goldoni stravolto di De Simone

La nuova «Donna vendicativa» scandalizza i puristi

Enrico Groppali

A torto considerata una delle commedie minori di Carlo Goldoni, La donna vendicativa è stata felicemente riscoperta qualche anno fa da Gabriele Lavia che ne firmò una spiritosa edizione all’Eliseo di Roma ad uso e consumo di quella geniale aristocratica della risata che si chiama Franca Valeri. Ora Roberto De Simone, felicemente tornato alla regia dopo un’assenza che si è fatta sentire, l’ha a suo modo reinventata in un bellissimo spettacolo che, c’è da credere, farà sensazione e solleverà le polemiche dei puristi. Il perché si riassume in due parole: il regista non si è limitato a reinventare criticamente l’azione e le situazioni rispettando il lessico immortale del Cogidor di Venezia ma, considerata la pièce alla stregua di un canovaccio della Commedia dell’Arte, l’ha riscritta da cima a fondo. In altri termini, De Simone, ignorando la Riforma che, sugli arbitri dei comici, Goldoni attuò sostituendo ai lazzi e agli imprestiti di grana grossa la raffinatezza sintattica della sua lingua, ha afferrato tra capo e collo la Donna vendicativa e, pur mantenendo la sequenza delle scene, ne ha inevitabilmente alterato lo stile. Tutto ciò che finora alcuni dei nostri più celebrati registi avevano fatto sul corpus dei classici senza alterarne la tela di fondo, il Nostro ha compiuto sulla viva carne dell’autore. Operazione lecita o scandaloso illecito? La verità sta a mezza via dato che se è vero che De Simone della commedia si attribuisce la riscrittura, è pur vero che lo spettacolo viene venduto come un’opera originale dell’autore della Locandiera e un fine intellettuale come l’illustre musicologo, per amor di coerenza, dovrebbe invece rivendicarne l’assoluta paternità. Fatto salvo questo inciso tutt’altro che trascurabile dato che apre più di un interrogativo sui grandi autori di casa nostra (cosa accadrà tra un anno quando scadranno i diritti di Luigi Pirandello?), la Donna vendicativa è una festa degli occhi, del cuore e soprattutto dell’intelligenza. Trasportando l’azione della mirabile commedia, che si svolge tutta in interni dentro la casa del bisbetico Ottavio (un grande Cosimo Cinieri), nel clima asfittico della provincia italiana degli anni Trenta, De Simone precipita il senso di questo apologo nero dove non ci sono vincitori né vinti nel simbolico défilé mortuario e asettico di un’esasperata clausura che si nega alla vita, distrugge i sentimenti, annega i sensi nelle sensazioni. Venezia si tramuta così in un non-luogo che Mauro Carosi assimila a un palcoscenico truccato da catafalco che rinvia orizzontalmente a una serie simmetrica di carceri tra Piacentini e Piranesi dove il tiranno Ottavio è un malato tutt’altro che immaginario mentre, accanto a lui, gli assoli di Luciano Roman e Maddalena Crippa rinviano al calco spregiudicato e beffardo di un’Opera da tre soldi partenopea. Dove Florindo assume di Mackie Messer l’identità di un gagà sciupafemmine che pare ritagliato da Viviani grazie allo humour scintillante del suo interprete mentre Corallina, reinventata dalla Crippa con strepitoso virtuosismo, appare come una divertita parafrasi di Jenny dei Pirati. Fino alla desolata conclusione con la serva scacciata da quell’Italia dei mostri agìta dalla befana sciancata di Maria Rosaria Carli e dall’Arlecchino avvilito e patetico di Leonardo Petrillo.

La donna vendicativa, di Goldoni/De Simone Regia di Roberto De Simone, con Maddalena Crippa. Verona, Teatro Romano.