Golino: "Venezia? Sette o otto bei film ma gli altri... una vera pizza"

Valeria Golino, giurata alla Mostra: "Sul Leone a The Wrestler eravamo quasi tutti d’accordo. Unanimità invece su Orlando"

Venezia - Vestita d’argento come Barbarella, Valeria Golino, da Wim Wenders definita «gorgeous», cioè stupenda, non vede l’ora di ripartire dal Lido. L’aspetta a Roma il fidanzato Riccardo Scamarcio. Ma i cronisti la tampinano alla cena finale, dopo la premiazione animata dalla bizzarra sortita del presidente di giuria sul regolamento della Mostra in merito ai premi cumulabili. Lei, l’unica italiana in giuria, accetta di parlare. Con qualche titubanza.

Su quel gozzo di lusso, con tanto di cuoco, avete litigato come si narra?
«Abbiamo mangiato bene e poi discusso sette-otto ore. Ci sono stati momenti vivaci, a volte ci siamo divisi, John Landis è un tipo tosto, non desiste, si sono creati e scomposti dei fronti. Come sempre in questi casi. Ma alla fine i film premiati, a partire The Wrestler, visto l’ultimo giorno, sono quelli piaciuti a tutti».

Unanimità su The Wrestler?
«Quasi (sorride, ndr). Nessun problema invece su Silvio Orlando. Nel film di Avati è straordinario, toccante, s’è trovato subito l’accordo. A scanso di equivoci, vorrei ribadire una cosa. Wenders intendeva porre un problema generale, lamentandosi del regolamento che vieta di attribuire la Coppa Volpi per l’attore o l’attrice a uno dei film già scelto per i tre premi principali. Non si riferiva a Orlando, ci mancherebbe. Il Leone a The Wrestler è un premio anche a Rourke».

Però è parsa una gaffe, una maleducazione.
«Solo un grave malinteso, subito dissolto. Wim è stato un presidente di giuria allegro e benevolo, con lui mi sono trovata sempre d’accordo. Anche con Lucrecia Martel. Ma una giuria è una giuria. Sette persone, sette sensibilità. Le cose sono cambiate strada facendo, nella discussione. Il verdetto è una cosa seria. Dalla nostra scelta, sbagliata o giusta che sia, può dipendere la fortuna di un film».

Gli italiani. È vero che, a parte Orlando, Marco Bechis è stato a un passo dall’entrare nel terzetto che conta?
«Sì, e mi dispiace che sia andata così. La terra degli uomini rossi meritava un premio di prima fila. Per qualche ora è entrato nella terna. Così come Isabella Ferrari, magnifica nel film di Ozpetek, è stata presa in considerazione per la Coppa Volpi. Poi è andata com’è andata».

Poteva fare di più per gli italiani?
«Mi parlano di un certo malumore da parte del ministro. Non so, non capisco. Ero sola contro sei colleghi. Ho fatto ciò che potevo. E poi non faccio la giurata per far vincere gli italiani».

Corsicato e Ozpetek proprio non sono piaciuti?
«Pappi è un artista, ha un suo stile, un suo mondo. Ma non era in sintonia con i gusti di molti giurati. Ferzan ha fatto un ottimo film difficile da giudicare in un festival».

Il concorso nel suo insieme?
«Abbiamo visto sette-otto buoni film e tanti francamente brutti. Ma è stata un’esperienza intensa, di cui ricordo solo le cose belle».

Silvio Orlando, nel ritirare la Coppa, ha ringraziato Pupi Avati, che «mi guarda dall’alto dei cieli».
«Era un complimento, è sembrata una gaffe. Quando sei lassù ti gira la testa, arranchi. Io, nel prendere un David di Donatello qualche anno fa, dissi: “Grazie per questo premietto”. Volevo solo sdrammatizzare, scherzare. Invece qualcuno si arrabbiò».