Gollisti da imitare sull’emergenza immigrati

Se fosse eletto alla presidenza della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy attuerebbe la sua proposta di istituire un ministero per l'Immigrazione e l'Identità nazionale. La «formula-choc» presenta una serie di aspetti interessanti. Sarkozy affronta una questione su cui l'Europa si ritrova colpevolmente muta. Insistendo sul fatto che parlare di nazione francese è diventato un «tabù» anche nel Paese della grandeur, il candidato della destra francese pone una domanda molto semplice: «Come riusciremo a integrare coloro che accogliamo se non ci assumiamo il compito di parlargli del Paese dove vogliono vivere?». L'identità francese, ha spiegato più volte, si costruisce a partire da «valori non negoziabili», la democrazia, la repubblica, la parità uomo-donna.
Ma ciò che manda in bestia l'antirazzismo militante non è tanto la celebrazione dei valori repubblicani quanto la volontà di legare la questione dell'identità nazionale all'immigrazione, e a quella islamica in particolare. Così si istituisce «un rapporto negativo tra le due cose», ha scritto su Le Monde Tzvetan Todorov. Sarkozy ha replicato: «Non tollero più l'idea che il semplice fatto di parlare di immigrazione venga associato all'estremismo e al razzismo», e ha ripetuto che, proprio in virtù della connotazione multietnica e multireligiosa della Francia - un quarto dei francesi sono di origine straniera - l'identità francese del futuro si costruirà proprio sulla capacità di integrazione degli immigrati e di definizione di una nuova francesità. In cui ci sarà posto anche per un «Islam francese».
Così procedendo, Sarkozy non solo ha imposto la propria agenda nel dibattito pubblico ma, ha spiegato uno dei suoi consulenti, è riuscito anche a «riattivare la distinzione tra destra e sinistra» toccando le corde del sentimento di appartenenza dei francesi. I risultati sono lusinghieri. Un sondaggio del Figaro rivela che, se il 55% dei francesi concordano con l'istituzione del ministero, tra questi ci sono l'82% degli elettori dell'Ump, il partito neogollista di Sarkozy, e l'88% di quelli del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen, mentre il 73% degli elettori socialisti rifiutano la proposta. Ancora di più, l'idea che «gli immigrati che vogliono venire in Francia devono aderire ai princìpi dell'identità nazionale» è fatta propria dal 97% degli elettori Ump e dall'88% degli elettori Fn, e rifiutata dal 68% degli elettori Ps.
Se Sarkozy voleva polarizzare l'opinione pubblica attorno a un tema forte, ha colto nel segno. E, com'era prevedibile, è stato accusato di «flirtare» con l'estrema destra per riceverne i consensi al secondo turno. Sarkozy sa che il voto lepenista proviene in buona parte dai ceti popolari che vivono sulla propria pelle la mancata integrazione degli immigrati nelle periferie, e sa che questo misto di insoddisfazione e di ribellismo fino a oggi è rimasto privo di rappresentanza dai partiti «del sistema». Perciò continua a ripetere di voler parlare anche «a coloro che si sono rivolti all'estrema destra perché vivono una condizione di disagio». Nessun accordo con Le Pen, ma dialogo aperto con i suoi elettori.
Attraverso la lotta tra i candidati alla presidenza, la Francia s'interroga così su se stessa. Secondo il Times, «problemi come le tasse o le spese del governo sono stati surclassati dalla querelle sull'identità e sulla difesa della specificità della Francia di fronte alla globalizzazione». Questo accade Oltralpe. In Italia, invece, la questione del rapporto tra immigrazione e identità nazionale di rado s'affaccia in politica. Pure la recente discussione sull'«immigrazione selettiva» si è ridotta all'idea di far entrare lavoratori più qualificati, come se il problema fosse davvero quello di accogliere qualche bracciante in meno e qualche ingegnere in più.
In alternativa, lo scontro si sposta sulla compatibilità sociale dell'Islam. È quanto è successo la scorsa estate, quando Giuliano Amato ha presentato un disegno di legge sulla riforma delle norme sulla cittadinanza. Ma era agosto, e il dibattito si assopì nella calura. Ora quel ddl staziona alla Commissione Affari costituzionali della Camera. Visto che, oltre ad abbassare a cinque anni il tempo per ottenere la cittadinanza, il ddl prevede come requisito la «verifica della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero» senza specificarne le modalità di verifica, ci chiediamo: per affrontare il problema non si potrebbe discutere anche in Italia la proposta-provocazione di «Sarko»? Un ministero per l'immigrazione e l'identità nazionale, probabilmente, è quello che si aspetta il «popolo delle libertà».