Gomorra pallonara

Pronti via e il «nostro meraviglioso pubblico», il «dodicesimo uomo» in campo si è fatto riconoscere. Dico dei tifosi di football, beh, tifosi è eccessivo; delinquenti, ultrà, fighters, brigatisti, drughi, camerati e compagni mi sembrano più aderenti ai soggetti in questione. Assalito il solito autogrill nel ritorno da Genova, dopo Sampdoria-Inter, idem come sopra per un paio di autobus dei leccesi che se ne andavano verso lo stadio Olimpico di Torino ma sono entrati in collisione con i galantuomini granata. Alla stazione ferroviaria di Napoli è andata in onda una Gomorra pallonara, duecentocinquanta passeggeri dell’Intercity diretti verso Torino sono stati fatti sloggiare, cioè fatti scendere, bagagli appresso, con le cattive maniere, invitati a filarsela da un numero doppio di guappi appassionati del ciuccio napoletano che urlavano il loro diritto-dovere di insediarsi a bordo e di occupare i posti sui quali stavano sedute mamme, pupi, impiegati, anziani e affini, essendo loro, i tifosi come vengono chiamati, i soli autorizzati a viaggiare verso Roma per la partita contro la squadra di Spalletti.
Scene da saloon, urla, spintoni, cazzotti, bestemmie, poliziotti presi in mezzo, bambini piangenti, affanno, il questore che critica le Ferrovie dello Stato, queste che cercano di fornire una spiegazione da repertorio, i duecentocinquanta passeggeri normali, ordinari, umani, romantici, hanno provato a protestare ma abbandonando gli scompartimenti; quattro ferrovieri sono rimasti contusi, non credo che domani i sindacati dichiarino lo sciopero di protesta contro gli ultrà. Il treno è partito con tre ore di ritardo, carico di gentlemen che cantavano i loro cori, dopo aver acceso i bengala, sparato i petardi. Lungo la pensilina è rimasta una madre, Anna. Doveva partire per Genova, l’aspettava un consulto medico, all’ospedale Gaslini, per il suo bambino. C’era un’altra donna, in lacrime, avrebbe voluto raggiungere la famiglia colpita da una tragedia, c’era un impiegato che doveva rientrare a Torino dopo le ferie estive per riprendere il lavoro, c’erano altre figure, uomini, donne, bambini, sbalorditi, facevano domande, non trovavano risposte. Tutti presi dalla rabbia e dalla paura. C’erano anche turisti stranieri, di nuovo alla scoperta di una Napoli ripulita, restituita a se stessa e non soltanto ai mariuoli e camorristi. Gli stranieri chiedevano che cosa stesse accadendo, una rivolta di popolo? Una zuffa tra mascalzoni? No. Una trasferta per una partita di football. Il treno è arrivato a Roma con un’ora di ritardo sull’orario di inizio della partita, i gentiluomini a bordo di quattro autobus, gratuitamente, hanno raggiunto lo stadio Olimpico, hanno sfondato i cancelli, sono entrati senza biglietto, hanno sparato altri mortaretti, hanno preso posto dove pareva loro, padroni, sempre. Quasi tutti incappucciati, quasi tutti con le divise da lavoro, fazzoletti come bavagli dei cow boys, occhiali da sole, qualche arma, catena, pugno di ferro, nascosta nei jeans e sotto le felpe. La Digos ha bloccato uno dei mille eroi dotato di martello, altri hanno evitato il controllo, nel nostro Paese è consentito, è possibile. Il ministro Maroni di questi dovrebbe anche occuparsi. Gli extratifosi, gli extracittadini, un popolo itinerante, viscido che si raggruma con il tam tam delle radio e dei “muri” internet, che vive a Milano e a Torino, che sta a Verona e a Bergamo, che abita a Napoli, Firenze e Roma, che vegeta a Catania e a Palermo, a Lecce e a Bari, dovunque ci sia l’occasione per fare guerriglia, vigliacca, miserabile, guerriglia ma non la guerra che è una cosa seria e drammatica e dalla quale la tribù di Napoli e degli altri siti se la squaglierebbe secondo istinto. Non sono bastate le morti, sono inutili e falsi i cosiddetti minuti di silenzio. Questa immondizia umana è impossibile da portare via con le ruspe o con i termovalorizzatori. È pattume che viene protetto, che viene esaltato, foraggiato e mai smascherato, la caccia al violento è circoscritta ad altre sacche sociali.
Il calcio e tutti i suoi componenti, dai dirigenti agli allenatori, dai calciatori ai giornalisti, continua a conviverci, pensando di farla franca con l’urlo per un gol, un dribbling, una parata. Qualcuno ha il coraggio di spiegarlo a quella mamma in lacrime, con un bimbo in braccio, lungo la pensilina polverosa di Napoli centrale?
Tony Damascelli