Gonzaga, alla corte delle meraviglie

Il libro di Kate Simon è una dichiarazione d’amore per la città di Mantova, scrigno della dinastia

Raccontare una famiglia in ascesa (fattori, feudatari, capitani di ventura, marchesi, fino all’apogeo del ducato, assunto nel 1530) attraverso il divenire della città-stato che ne fu culla e trono. È questa la sequenza narrativa seguita da Kate Simon nel suo corposo e ispirato I Gonzaga. Storia e segreti.
Mantova è l’incantevole scenario della dinastia, che tenne lo scettro dal 1328, quando Luigi spodestò i Bonacolsi (uno di loro, mummificato e con le viscere esposte, velate per non turbare le dame, troneggiava nel gabinetto delle mostruosità naturali di Ferdinando Gonzaga, tra un armadillo, strani cristalli, colonne d’oro e la spettacolare appendice di unicorno) fino al 1708, anno in cui Ferdinando Carlo decadde per fellonia, e l’armata imperiale invase l’appartato paradiso. Silenzio e polvere si stratificarono sulle pareti ormai spoglie delle gallerie dei dipinti, nei saloni teatro di nozze, di feste, di melodie monteverdiane, nei giardini e nei cortili colmi, nei giorni d’oro di Francesco II e di Isabella d’Este, del novellare e del conversare umanistico.
Se i Gonzaga sono le pedine di carne della saga, Mantova ne è la screziata scacchiera, di laghi impreziositi dai loti e dai castagni nativi, di mattoni e marmi modellati dalle fantasie ardenti di Leon Battista Alberti e di Giulio Romano, con i tozzi salici cantati da Comisso, avvolta ora dalla nebbia, che a detta di Huxley ne fa la città più romantica del mondo, ora da quella luce calda di un mondo assopito che ammaliò Baudelaire. Perfino l’acido Dickens, che definì «apoplettica», da emicrania, la Sala dei Giganti di Palazzo Te, si sciolse davanti agli irreali specchi di canneti e di giunchi a corona dello spazio urbano.
Il libro della Simon è una dichiarazione d’amore per Mantova, magico miscuglio di remoto paganesimo (Mantus era l’infernale divinità degli etruschi che colonizzarono il Mincio nel VI sec. a. C., seppure il nome non sia da collegare a Manto, la figlia del profeta greco Tiresia, che si stabilì da queste parti), di pietà cristiana (il legionario Longino depositò una fiala del sangue del Redentore nell’ospizio su cui sarebbe sorto l’incompiuto gioiello albertiano di Sant’Andrea) e di perle rinascimentali.
I Gonzaga sono mobilitati dalla scrittrice come ciceroni d’eccezione per la sua guida strepitosa. Eccoci nei meandri del Palazzo ducale, che rivaleggia con l’Escorial e con il Vaticano, anche se i signori, capitani d’arme ben remunerati, vicari imperiali, occhiuti terrieri, amministratori di fondi con solida imprenditorialità agricola, lombarda, del miglio, del grano e del riso, monopolisti del sale, non disponevano né dell’oro del Nuovo mondo, né dell’onnivora potenza dei papi romani. La meraviglia spira da Palazzo Te (da teitejo, piccolo taglio, un canale per le acque reflue), che dal nucleo originario delle stalle di Francesco, appassionato di cavalli, esplose ai ghirigori stellari di un edificio-libro, pensato per un coltissimo riposo, istoriato con divagazioni sull’eros, dall’Asino d’oro di Apuleio ai mistici bagliori platonici scoccati dalle penne del Ficino e di Pico della Mirandola, volgarizzati a Mantova da Mario Equicola nel suo Libro de natura de Amore.
Non furono proprio aghi della bilancia, come i Medici, ma per una volta, nel 1459, i Gonzaga divennero il centro del mondo, quando i potenti si riunirono alla loro corte per pianificare la difesa contro i Turchi. Il motto gonzaghesco era Forse che sì, forse che no. Politica non di nerbo, ma di diplomazia oscillante, di una bomboniera tra masse ferrigne: Milano, Venezia, Impero, Francia, Spagna... La signoria galleggiò per quattro secoli. Tanto di cappello, in quell’Italia di imperialismi particolari, sregolati.