Gonzalez, la vita ricomincia in Paraguay

Il sudamericano, senza un braccio per un incidente, tornerà a fare il calciatore

In Italia il Coni non gli ha dato il certificato di idoneità a svolgere l’attività agonistica tra i professionisti. In Paraguay non ci hanno messo un secondo a considerarlo pronto per qualsiasi gara. Da noi potrebbe esibirsi solo nel limbo dei dilettanti; in Sudamerica il Tacuary, prima divisione del suo paese, l’ha subito inserito in rosa. Julio Ferreira Gonzalez, 25 anni, quasi due stagioni nel Vicenza, 38 gare e 8 gol tra i cadetti, ha rivisto la luce. «Il campo di calcio, il profumo dell’erba, la gente intorno, questo è il sapore della vita che mi ha sorriso nuovamente», le parole del giocatore paraguaiano che giocatore è ancora, ma che fino a qualche giorno fa ha rischiato di non esserlo più.
Infatti il 22 dicembre 2005, sulla A4 Serenissima, insieme al compagno di squadra Riben Grighini, Gonzalez venne coinvolto in un gravissimo incidente: la conseguenza fu l’amputazione del braccio sinistro e la ridotta funzionalità del destro, poi recuperato dopo una lunga serie di cure. «Quando mi sono svegliato dall’anestesia e ho visto che non avevo più il braccio sinistro, avrei voluto morire. Ma è stato solo un attimo, perché poi la fede e la vicinanza di mia moglie Maria Lourdes hanno fatto il miracolo», afferma Gonzalez che alla sua menomazione non pensa più, avendo ripreso la vita «come se nulla fosse successo». Una forza d’animo incredibile, il sorriso aperto, la massima disponibiltà con chiunque e, soprattutto, l’accettazione del proprio stato, senza commiserazione o pietismo.
Questo è l’attuale Gonzalez. Per un po’ ha fatto il baby sitter dei due figli Maria Paz e Fabricio, poi ha incominciato a correre e a calciare, poi... «Poi ho scoperto quanto è meravigliosa la vita, un dono incredibile di Dio e quanto è bello il football. Mi ero posto come obiettivo la partecipazione ai mondiali in Germania e i miei compagni di nazionale non mi hanno fatto mancare la loro solidarietà proprio durante la manifestazione. E poi, quello che non ha fatto per me il Vicenza, un altro pezzo della mia famiglia: incredibile trovare una società che ti sta così vicino, con tanto amore e considerazione. Mi hanno rinnovato il contratto, mi hanno coccolato, mi hanno fatto fare l’osservatore e anche offerto di entrare nei quadri tecnici come allenatore delle giovanili». E non solo, perché nello scorso gennaio, dopo aver ritirato il premio «Il bello del calcio» dedicato a Giacinto Facchetti, Gonzalez ha partecipato alla trasmissione di Enrico Ruggeri Il bivio e lì si è trovato davanti a un’ardua scelta: da una parte Sandro Piccinini che gli offriva l’opportunità di diventare un opinionista di Mediaset, dall’altra la sua smisurata voglia di tornare in campo magari col «suo» Vicenza. Ha vinto la seconda, con tutti i pro e i contro che avrebbe comportato. La possibilità di poter tornare l’ha avuta lo scorso 22 aprile, in occasione di una partita benefica al Menti: la nazionale farmacisti contro la rappresentativa Veneto-Trentino. La partita si è conclusa 2-2; Gonzalez, che avrebbe dovuto solo dare il calcio d’inizio, ha invece giocato un tempo con entrambe le squadre mettendo a segno le quattro reti della partita.
«Lì ho capito che come giocatore c’ero ancora, ma il Coni non mi ha dato l’idoneità per giocare tra i professionisti. Solo tra i dilettanti, ma la cosa non m’entusiasmava - continua Gonzalez. - È stato doloroso per me lasciare Vicenza, anche se ho sempre la possibilità di tornare come tecnico o osservatore, ma mi piace la mission impossible. Ho chiesto allora a Celso, mio fratello maggiore che gioca terzino nel Tacuary nella serie A paraguaiana, se potevo allenarmi con loro. Ho fatto la visita medica, utilizzo una protasi come braccio, mi hanno dato l’idoneità e adesso non vedo l’ora di partecipare al Torneo di Clausura, la seconda parte della stagione sudamericana».
Gonzalez è sereno, ma una stilettata al Coni la tira: «Alex Zanardi, che mi è stato molto vicino, continua a correre in macchina. Oscar Pistorius, con due lamine in carbonio al posto delle gambe, è un velocista di prim’ordine e sui 400 metri entrerebbe in qualsiasi finale dei normodati. A me invece hanno impedito di giocare. Questa è la mia rivincita, ma il merito è di Dio e della mia famiglia». E della sua voglia di vivere.