Google condannata per un video Gli Usa: «Attacco alla democrazia»

FUTURO YouTube e FaceBook saranno ritenuti responsabili di tutti i contenuti

MilanoQualcosa di più di una semplice sentenza. È una linea che separa la libertà del web dall’anarchia. O, visto con gli occhi degli internauti, il primo bavaglio alla sovranità della rete. Perché il tema, per la prima volta affrontato in un’aula di tribunale, è destinato a fare giurisprudenza. I grandi motori di ricerca e i provider sono responsabili per i contenuti che immettono on-line, e che vengono scaricati da milioni di utenti? Secondo i giudici di Milano, sì. Per questo, ieri, tre manager di Google Italia sono stati condannati a sei mesi di carcere per concorso nella violazione della privacy a causa di un video diffuso in rete il 18 settembre del 2006, in cui un ragazzo autistico veniva maltrattato dai suoi compagni di classe in una scuola di Torino. Tutto ripreso con un cellulare e lanciato nel cyberspazio. Subito dopo la decisione del giudice Oscar Magi, arriva la dura replica di Google. «È un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito internet».
Il tribunale, dunque, ha condannato a sei mesi di reclusione con la condizionale David Carl Drummond (ex presidente del cda di Google Italia), George De Los Reyes (ex membro del cda) e Peter Fleischer, responsabile delle strategie del gruppo. Assolto, invece, Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l’Europa, e accusato solo di diffamazione. Perché, secondo il tribunale, i tre manager sono responsabili soltanto di violazione della legge sulla privacy, e non - come aveva chiesto la Procura - anche del reato di concorso in diffamazione. In altri termini (e in attesa delle motivazioni della sentenza, che saranno depositate fra tre mesi), il giudice Magi non ha ritenuto gli imputati responsabili di una omissione dolosa, tanto più che Google - una volta venuto a conoscenza dell’esistenza del video incriminato - lo aveva immediatamente rimosso dalla rete. Tuttavia, secondo l’accusa, anche da quel video (così come da tutti quelli cliccati) il motore di ricerca ha tratto un profitto. Un punto, quest’ultimo, su cui i pm Alfredo Robledo e Francesco Cajani si erano soffermati nel corso della requisitoria, al termine della quale avevano chiesto condanne fino a un anno di reclusione. «I filtri - avevano detto i due magistrati - Google li mette solo se vi è spazio di guadagno». La procura, ora, incassa con soddisfazione la sentenza. «È una decisione chiara - commenta Robledo -, e risponde al problema che avevamo posto: che il diritto di impresa non può prevalere sui diritti individuali, a cominciare dalla tutela della privacy. La sentenza uscirà dalle aule di tribunale per far riflettere tutti».
Ben diversa la posizione dei legali del motore di ricerca, gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Bana, secondo cui «Google si è comportato correttamente, perché non aveva alcun obbligo di controllo preventivo sui video e i messaggi che erano messi in rete, mentre invece dal momento in cui è stato informato di quel filmato ignobile l’ha subito eliminato». Per Google, poi, si tratta di «una sentenza sorprendente», dal momento che i manager condannati «non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato». I tre dirigenti, quindi, «vengono dichiarati penalmente responsabili per attività illecite commesse da terzi». Per questo, «siamo preoccupati per il futuro della rete». Delle forme di tutela sui contenuti, insistono da Google, ci devono essere. Ma «a stabilirlo deve essere una legge, non una sentenza penale». Per questo, conclude l’azienda, «faremo appello, e combatteremo una battaglia di principio». Perché «il controllo preventivo dei contenuti è una limitazione alla libertà di espressione. Se questo principio verrà meno, il web come lo conosciamo cesserà di esistere». Duro, infine, anche il commento di David Thorne, ambasciatore Usa in Italia. «Siamo negativamente colpiti dalla condanna. La libertà di internet è la libertà di espressione, un principio vitale per le democrazie. Chi ha a cuore tale valore deve tutelarlo». Quasi un caso diplomatico. Era chiaro fin dall’inizio: non poteva essere una semplice sentenza.