Goran Bregovic, una vita vissuta come in un film

Radici balcaniche e mente nel ventunesimo secolo

Antonio Lodetti

Ieri era ad Assisi, con Noa, a registrare il Concerto di Natale per Raiuno. Stasera si scatena con i suoi suoni dal mondo sul palco dell’Alcatraz. Goran Bregovic è così, imprevedibile, sempre impegnato in mille progetti uno diverso dall’altro.
Nella sua anima gitana non esistono confini all’arte né steccati stilistici. Lui non si atrofizza in un solo genere, non è nel suo Dna. Così può cantare con i cori alpini e le bande delle Dolomiti o suonare il rock più sfrenato per poi ripiegarsi sul suo folk bislacco che strizza l’occhio (e racchiude) influenze jazz, classiche, pop, spunti elettronici e una valanga di altre influenze che confluisce nella cosiddetta world music.
La vita di Bregovic ricorda la trama del film Ti ricordi Dolly Bell di Emir Kusturica (formatisi nello stesso ambiente, diventeranno fatalmente una coppia affiatatissima nell’affrontare i linguaggi trasversali dell’arte): è nato a Sarajevo nel 1952 e ha iniziato la sua attività artistica suonando ai matrimoni e ai funerali (non a caso il suo gruppo oggi si chiama Wedding & Funeral Band, così come il suo disco più famoso s’intitola Tales and songs from weddings and funerals, così come l’omonimo film del regista norvegese Umi Straum presentato alla Mostra del cinema di Venezia), spostandosi d’estate a Dubrovnik per esibirsi nei bar malfamati dove l’attrazione principale è lo striptease.
Era partito studiando il violino, sull’esempio di papà, colonnello dell’esercito. Ai tempi del maresciallo Tito, alla guida dei White Botton, era già una celebrata rockstar («sotto il comunismo solo i musicisti rock avevano un po’ di spazio per esprimersi»). Poi la sua vita è cambiata come la sua terra; la Jugoslavia si è trasformata in Serbia-Montenegro, e della sua Sarajevo non rimane più nulla.
La sua vita non è stata semplice, ma lui s’è consolato cantando la tradizione del suo popolo, recuperando il folk e modellandolo su canovacci arcani e al tempo stesso straordinariamente moderni; così ha venduto milioni di album e tiene centinaia di concerti all’anno. Non rinuncia alla sua anima rock (ha rivisitato anche brani di Iggy Pop) pur allargando continuamente il suo spettro sonoro (oltre alle collaborazioni cinematorgrafiche basterà citare una rilettura di Carmen « lieto fine» o dell’Amleto, o lo spettacolo multimediale Il silenzio dei Balcani).
Del resto, puntualizza Bregovic, le sue radici sono rock anche nello spirito. «Ovvero il senso della partecipazione, del divertimento, dell’avventura. La musica non può essere definita perché è il linguaggio primordiale dell’uomo».
Quindi libera di sgorgare dall’anima, di specchiarsi in sensazioni ora tristi ora gioiose, ora drammatiche ora divertenti. «Amo la musica di origine folk perché è l’unica vera, quella che viene dalla gente, da esperienze ricche e dolorose, come i suoni africani, il blues, il jazz».
Questo è l’obiettivo primario di Goran Bregovic - l’uomo con le radici nei Balcani, di cui è originario, e la mente nel ventunesimo secolo, come lo definisce una sua biografia - e dei suoi dodici pazzi compari tra cui spicca il cantante Adam Ademovic della Wedding & Funeral Band.
Un’atipica e ipnotica band che i fan italiani conoscono benissimo (ormai è di casa, anche se in Italia arrivò già negli anni Settanta, con piccole esibizioni limitate a Napoli e alle isole dei dintorni) ma che non smette di emozionare con brani come Cocktail Molotov o Ederlezi, dolente canto di povertà che i gitani cantano per la festa di San Giorgio.