Al Gore, il Mammolo che sogna la Casa Bianca

Caro dott. Granzotto,
Al Gore ha vinto il premio Nobel per la pace anche, e soprattutto, per il suo impegno nella lotta contro il riscaldamento globale e in generale per la sua opera di sensibilizzazione sul tema della tutela ambientale. Mi chiedo: ma come? Anche la commissione che decide a chi dare questo premio è di sinistra (va da sé, seguaci del Protocollo di Kyoto)? Non è che il premio vinto da Gore è motivato più da ragioni politiche che non da altro? Magari mi sbaglio...


Ma no, caro Bonesi, non è questione di sinistra o di destra. Non è tanto l’ideologia ad azzeccarci, ma il conformismo intellettuale, il sonno del pensiero e della coscienza. Fra i premi che il Nobel assegna, due sfuggono o possono sfuggire alla mannaia del riscontro obiettivo: quello per la letteratura e, massime, quello per la pace. Se con gli altri riconoscimenti agli illustri membri della svedese Accademia delle Scienze non è consentito sgarrare (al massimo possono erroneamente ritenere una scoperta o il risultato di una ricerca medica più importante di un’altra, ma non certo assegnare il Nobel a chi ha inventato l’acqua calda), con quelli che si riferiscono alla letteratura e alla pace è carnevale. E a carnevale, come ognun sa, ogni scherzo vale (scherzi davvero da prete furono ad esempio i Nobel a Dario Fo o a quella lenza di Rigoberta Menchú, che si meritò l’onorificenza grazie ad un libro autobiografico dove l’«auto» soverchia di gran lunga il «biografico»: pieno di balle, insomma). Anche Al Gore spara balle a tutto spiano - stando almeno al verdetto dell’Alta Corte di giustizia inglese - ed è forse questa attitudine, il ballismo, uno dei carnevaleschi motivi che hanno indotto i membri dell’Accademia delle Scienze a incoronarlo. L’altro è, come le dicevo, caro Bonesi, il conformismo, l’adesione passiva (eppure entusiasta) a tutto ciò che è di moda, che risulta «di tendenza». E roba come la Terra che sta tirando le cuoia perché l’uomo cattivo si fa una doccia al giorno invece di farsene una ogni sei mesi, è di tendenza. Di molta tendenza.
Dicono che un Al Gore fresco di Nobel possa aspirare, con buone probabilità di successo, alla presidenza degli Stati Uniti. Il precedente di Rigoberta Menchú parrebbe far intendere il contrario (nelle ultime elezioni in Guatemala ha raccimolato un miserando tre per cento di suffragi, a conferma che puoi far fessa una Accademia delle Scienze, non chi ti conosce come ti conoscono i tuoi connazionali), ma l’America è l’America, piena di sorprese. E sa cosa le dico, caro Bonesi? Che questo danno collaterale del Nobel a me non dispiace. Sempre che la spùntino i democratici, fra una Hillary Clinton e un Al Gore, meglio quest’ultimo. A differenza della prima Gore non è infatti espressione degli ambienti e del pensiero radical (con o senza chic), crogiuolo di ogni demagogica bischerata elargita e con somma spocchia e con grande uso delle maiuscole. Gore è il prodotto del bamboccionismo intellettuale e modaiolo, di una sorta di un tardo hippismo, velleitario e pittoresco, talvolta indisponente, ma decerebrato e quindi tutto sommato innoquo. Al pensiero che Hillary Clinton possa installarsi al 1600 della Pennsylvania Avenue, una persona con la testa sulle spalle non ci dorme la notte. La stessa dormirebbe fra due guanciali se, al contrario, l’inquilino risultasse quel giuggiolone di Al Gore. Perché sarebbe come se alla Casa Bianca risiedesse, come posso spiegarmi?... Sì, ecco, come se vi fosse domiciliato Mammolo. Quello dei sette nani che ha vinto il Nobel.