Gourcuff e Vieira Quanto è diversa l’aria della Francia

Il giovane ha ritrovato la forma, segnato gol pesanti e salvato Domenech. Il “senatore” continua a infortunarsi in nazionale

Si racconta che la notte del suo primo gol in Champions League con la maglia rossonera, il presidente Silvio Berlusconi lo chiamò vicino a sé al tavolo dove l’intera squadra stava cenando e in perfetto francese gli disse: «Caro Yoann, avete il talento del nostro brasiliano Kakà». Il francesino, per tutta risposta, si schermì con imbarazzo: «Diciamo che tecnicamente assomiglio di più a Zidane che a Kakà, ma i paragoni mi spaventano». E pensare che nemmeno qualche ora prima, scorrendo la lista dei titolari, Berlusconi aveva strabuzzato gli occhi nel leggere il nome dell’allora 20enne.
Purtroppo per lui, e per il Milan, la rotonda vittoria contro l’Aek Atene condita da un gran gol di testa, fu soltanto una piacevole parentesi in un mare di punti interrogativi: Gourcuff nelle due stagioni a Milano collezionò 52 presenze, molte delle quali partendo dalla panchina, e 3 misere reti. Troppo poco rispetto a quanto si aspettavano da lui a Milanello. Troppo poco rispetto al ritratto di baby-Zidane che la stampa francese aveva disegnato su di lui.
Troppo poco rispetto alle dichiarazioni di Gourcuff, datate primo giugno 2006, quando il giovane Yoann era nelle mire di diversi club europei: «Nella mia testa c’è solo il Milan. Mi hanno cercato i rossoneri, l’Arsenal e alcuni club francesi (Lione, Paris Saint Germain e Monaco), ma qualche tempo fa io sono andato di persona a vedere Milanello, dove ho capito che i giocatori vengono davvero messi nella condizione di dare il meglio. La mia scelta l’ho già fatta ed è per il Milan», la dichiarazione d’amore di Gourcuff, poche ore prima di sbarcare a Milano. Dove, nonostante un biennio passato su un’altalena fatta di ottime giocate e tanti pasticci e una semi-gaffe il giorno della prima conferenza stampa a Milanello, quando apertamente si schierò contro capitan Maldini nel caso Materazzi-Zidane, ha potuto vincere una Champions League, una Supercoppa europea e una Coppa del mondo per club. Tre trofei prestigiosi, conquistati con la casacca rossonera, dove la firma del francese arriva però sbiadita solamente nei titoli di coda.
E così, l’estate scorsa, la decisione di ritornare in Francia, in prestito al Bordeaux: sulle sponde della Garonna, Gourcuff ritrova se stesso, ritrova la serenità perduta, gioca con continuità, si avventura in dichiarazioni semi-belligeranti nei confronti della società rossonera, «Qui mi trovo benissimo, in una squadra dove posso giocare con continuità. Io avevo bisogno di questo: giocare», e in un paio di mesi fa vedere al mondo intero tutto ciò che aveva tenuto nascosto in due anni in rossonero: vince la Supercoppa di Francia, segna all’esordio in Ligue 1 contro il Caen per poi ripetersi contro la Roma in Champions e con la nazionale transalpina contro la Romania, salvando almeno fino a mercoledì prossimo la traballante panchina di Raymond Domenech. Non c’è che dire. Bentornato monsieur Gourcuff.
Ma negli spogliatoi transalpini, il viso sorridente di Yoann Gourcuff si contrappone all’antitetico volto di Patrick Vieira, uno che da un paio di anni ha imparato a convivere con il significato del neologismo “infortunio sistematico”. Contrattempi muscolari che stanno diventando normalità, ogni volta che Vieira risponde presente alle chiamate di Domenech. Sembrano lontanissimi i tempi di Londra, quando nell’Arsenal era cuore pulsante e cervello del centrocampo di Wenger. Non passano cinque partite che lui ci casca dentro con tutte le scarpe: durante il riscaldamento prima dell’impegno contro la Romania - dopo una settimana vissuta nell’occhio del ciclone in seguito alle accuse di presunto doping prima dei quarti di finale di Euro 2008, lanciate dalle pagine del quotidiano Le parisien - è successo nuovamente, proprio sotto gli occhi di Josè Mourinho. Vieira si ferma, si tocca la coscia, guarda Domenech e si dirige verso gli spogliatoi. Una volta può capitare, la seconda è sfortuna, ma la terza - come nel caso del povero Patrick - è recidività un poco voluta. Si fosse messo da parte almeno prima degli Europei, quando chiese e ottenne di rimanere con la nazionale nonostante una condizione fisica alquanto precaria, si sarebbe certamente fatto qualche “nemico” in meno all’interno dello spogliatoio. Rien ne va plus...