Governare ora è la sfida più difficile

Perché Berlusconi parla in modo così cauto, diverso dal Berlusconi di sempre? Perché allora c’era molto da sperare, oggi c’è molto da temere. Non si va al governo a cuor leggero quando si ha dinanzi l’immondizia napoletana e il timore che esso possa nascere in altre parti d’Italia. La sinistra si è preoccupata di conquistare il potere non di governare l’Italia: il suo maggior successo sperato in queste elezioni è quello di creare un partito democristiano e comunista assieme, un vero mostro mirabile la cui essenza non può che essere definita con il termine «maggioritario»; cioè, come Veltroni dice, «partito unico» capace di decidere chi partecipa al potere e chi non vi partecipa. Il potere è quello che conta, la società è quella che segue, la nazione è un’idea come la bandiera

. Sarebbe tentante lasciare alla sinistra quello che tanto la tenta, il potere, per darle quella che essa aborra, cioè il governo effettivo della situazione. L’antico principio liberista del «lasciar fare» è apparso chiaro nella vicenda napoletana in cui Bassolino è rimasto intoccabile. Il sistema di potere è legittimo e legittimante e quindi il resto è la conseguenza; il potere non si tocca qualunque cosa accada. Il governo Berlusconi del 2001 ha già affrontato il passaggio dalla lira all’euro, da esso non negoziato. Fu una mannaia per il ceto medio italiano che si trovò a pagare il prezzo del cambio della moneta come causa di un impensabile trasferimento dei redditi e già ebbe dinnanzi il fatto nuovissimo dell’emergere delle grandi economie asiatiche come chiavi del sistema economico e finanziario. Ciò pone problemi sulla struttura del commercio mondiale ma pone il sistema Italia in competizione con gli altri sistemi economici; i vantaggi delle nazioni come sistema di appartenenza divengono titoli per l’economia e per le esportazioni.

Il sistema industriale italiano ha retto la prova. E se avessimo potuto continuare con le grandi opere, con il rilancio del sistema Italia senza asprezze fiscali, senza veti ambientali, senza il blocco degli enti locali ai termovalorizzatori e ai rigassificatori, se insomma il potere di veto al progresso del sistema non fosse stato la parola d’ordine di tutte le amministrazioni regionali e del governo di sinistra, non saremmo divenuti l’incubo dell’Europa. Il governo della Casa delle libertà aveva in mente un’idea sintetica: far crescere l’Italia, il governo della sinistra ha bloccato ogni iniziativa e posto il veto su ogni opera nel territorio. Il governo Berlusconi ha fatto una buona riforma delle pensioni, e la si è voluta cambiare, dimenticando il fatto che l’ipertutela di chi ha già lavorato diviene drammatica per le giovani generazioni. Abbiamo fatto dei giovani un popolo non protetto dal sistema sociale come mai prima era accaduto.

Oggi l’unica offerta che si può fare è quella di portare al governo una forza politica che ha il concetto della nazione, della società come un sistema che deve essere promosso nel suo insieme e fatto crescere in ogni sua parte; altrimenti rischiamo l’emarginazione dal grande mondo della società globalizzata. Dopo due anni del governo dell’estrema sinistra, il cui obbiettivo di fare lo stato sociale in un solo paese come se la globalizzazione non fosse avvenuta, affrontiamo ora il problema di rilanciare l’Italia in situazioni assai più difficili di quelle che erano presenti nelle elezioni del 2006. Sono problemi che gli italiani conoscono bene e sanno che non basta l’ottimismo della volontà a vincere sfide anche se esso è necessario. Ci vuole il coraggio della ragione che si fa carico del sistema paese. Non possiamo fare della campagna elettorale il mercato delle illusioni, gli elettori del Popolo della libertà non ci crederebbero. Ma una forza politica trova il suo valore quando affronta problemi che sono maggiori delle sue possibilità attuali ed è obbligata ad aumentare il suo potenziale per far fronte alla sfida del reale.

Per questo il tono del leader del Popolo della libertà, se indugia agli scherzi per rallegrare l’atmosfera, non nasconde che l’impegno a guidare un governo nella situazione più difficile del dopoguerra deve essere accompagnato dalla chiara coscienza che la realtà non scherza ma ci misura.
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