Il governatore Cuffaro condannato a cinque anni. "Ma non è mafioso"

Talpe nella Dda: contro il governatore siciliano cadono le aggravanti di aver favorito Cosa nostra. &quot;Non mi dimetto&quot;. <a href="/a.pic1?ID=235041" target="_blank"><strong>Gli alleati: sapevamo che non era colluso</strong></a>

Palermo - L’accusa più grave, quella di avere recato vantaggio alla mafia, è caduta. Ed è per questo che la condanna a cinque anni per favoreggiamento semplice corredata dall'interdizione dai pubblici uffici, pur pesante, è stata accolta come una liberazione dal presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro. Una liberazione doppia: perché lo solleva dal peso più infamante, quello di avere sostenuto Cosa nostra, l'associazione criminale che da pubblico amministratore combatte; e perché gli consente di rimanere al suo posto, visto che aveva annunciato che, in caso di condanna per favoreggiamento aggravato alla mafia, si sarebbe dimesso, mandando a casa il Parlamento siciliano e aprendo di fatto una crisi politica senza precedenti.

È calato il sipario ieri pomeriggio nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli sul cosiddetto processo «talpe», che vedeva il governatore tra gli imputati per una fuga di notizie sulle indagini della Dda di Palermo. L'impianto accusatorio non è caduto. Tutti gli imputati ad eccezione di uno sono stati condannati a pene più o meno alte. Bisognerà leggere le motivazioni, ma dal dispositivo letto dal presidente della terza sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Vittorio Alcamo emerge, inequivocabile, un dato a proposito del presidente: c'è stato il favoreggiamento di singoli - l'imputato principale, il "re Mida" della sanità siciliana Michele Aiello, accusato pure di associazione mafiosa, è stato condannato a 14 anni, sette sono andati al maresciallo del Ros, Giorgio Riolo - ma non un sostegno alla mafia come organizzazione criminale. Ed è questo quello che a Cuffaro e all'intero mondo politico siciliano di centrodestra stava più a cuore. Il presidente, contrariamente agli annunci della vigilia, si è presentato in Aula, la stessa teatro di un'assoluzione eccellente, quella del senatore Giulio Andreotti. «È stata mia figlia - ha spiegato ai cronisti sorpresi - mi ha detto: papà, devi andare». Comprensibilmente teso, ha stretto la mano ai Pm - che non hanno fatto alcun commento - e quindi ha atteso la lettura del dispositivo. Poi, davanti a cronisti e telecamere, lo sfogo liberatorio: «Mi sento un po' più confortato perché sapevo di non essere colluso con la mafia. Ho sempre sperato che la verità di cui ero moralmente certo venisse riconosciuta anche in sede giudiziaria. La sentenza conferma che non ho mai commesso atti tesi a favorire la mafia, vero e proprio cancro della Sicilia, che ho sempre combattuto con tutte le mie forze. Proprio per questo ritengo giusto, importante e doveroso continuare a svolgere il compito al quale sono stato chiamato dai siciliani. Domani (oggi per chi legge, ndr) alle 8 sarò al mio tavolo di lavoro, come sempre».

Non ha nascosto, però, il senso di «disagio» di fronte ad una sentenza che lo vede comunque condannato. Pur essendo fiducioso nei successivi gradi di giudizio che, spera, lo manderanno del tutto assolto.

L'attesa della sentenza è stata vissuta con grande trepidazione in Sicilia. In diverse chiese si sono svolte veglie di preghiera per l'assoluzione di Cuffaro. Poi, ieri, il «lieto fine», sia pure con la condanna. Salutato con soddisfazione da amici e sostenitori, che a sera lo hanno atteso numerosi davanti all’abitazione di Cuffaro nei pressi di villa Sperlinga. Un tributo d'affetto per festeggiare insieme la fine di un incubo.