Il governatore: non è colpa mia, il Pdl ora si muova

IL RETROSCENA Contrasti nel centrodestra. Il timore del presidente della Regione è di diventare il capro espiatorio

Irritato. Anzi, «è molto irritato». Così i suoi più stretti collaboratori descrivono il governatore Roberto Formigoni. Pronto a dar battaglia e per nulla intenzionato a mollare di fronte a quello che ha già definito l’assedio mediatico e giudiziario riservato alla Lombardia e non alle altre regioni. Ma il vero motivo del disappunto è un altro. «Il silenzio di tomba del partito», raccontano sempre i suoi. Diventato forse ancor più assordante il giorno dell’attacco di Umberto Bossi da Piazza del Duomo. Che un partito ce l’ha e soprattutto non perde occasione per utilizzarlo come testuggine per dare l’assalto ai palazzi della politica. E da ieri nei piani del Senatùr rientra anche il Pirellone «dove ne stanno arrestando uno al giorno». Ma gli attacchi di un alleato costantemente tentato dal «ribaltone», Formigoni li ha messi in conto. Intollerabile è che «il Pdl non si decida a battere un colpo». Troppo poche le due righe dettate dal segretario politico Angelino Alfano alle agenzie. Assolutamente «insufficiente la riga del coordinatore regionale Mario Mantovani» per difenderlo dalle accuse di essere stato a capo di una giunta di indagati. Perché la paura di Formigoni è di essere sacrificato come unico capro espiatorio. Una fine che lui non vuole proprio fare. Soprattutto alla vigilia della grande opportunità di balzare finalmente sulla ribalta nazionale, giocandosi tutte le fiches sulle primarie del centrodestra per designare il prossimo candidato premier. Perché, ripetono i suoi, la verità è che le colpe sono tutte del Pdl. A partire dalle firme false su cui indaga la magistratura e di cui è responsabile la segretaria del partito, poi l’imposizione di Nicole Minetti nel listino bloccato poco prima di finire nel processo delle Olgettine e infine la richiesta di candidare comunque ex assessori già «chiacchierati» come Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni. Senza dimenticare l’imposizione dell’attuale assessore Massimo Buscemi, socio di Ponzoni nel crack della società immobiliare Pellicano e comparso nei verbali dei pm di Monza. Tutto questo «a dimostrazione che quello che è successo non riguarda solo Formigoni, ma l’intero Pdl». Da cui ora il governatore si aspetta un forte segnale di rottura. E non certo l’improvvisa decisione del segretario Alfano di togliere l’incompatibilità a presidenti e assessori provinciali per diventare coordinatori. Forse per consentire a Luigi Cesaro di sostituire Nicola Cosentino alla guida del Pdl in Campania. «Il partito - ha sbottato Formigoni con i suoi - non è una cicca americana. Siamo andati quattro volte a Roma per fissare le regole. E poi? Chi ha compiti di governo deve pensare al bene comune ed essere libero da incarichi di partito».
Confermata l’intenzione di procedere in tempi brevi a un rimpasto di giunta. Nessuna intenzione di mettere qualcuno sul banco degli accusati, ma è chiaro che gli indiziati alla sostituzione sono gli assessori coinvolti o quantomeno sfiorati dalle indagini. A rischio Buscemi e Franco Magnano, il sottosegretario all’Attrattività e promozione del territorio. Oppure uno tra Romano La Russa, Stefano Maullu e Alessandro Colucci a cui Formigoni ha chiesto di rinunciare alla poltrona di assessore per il coordinamento provinciale del Pdl. In arrivo in giunta la presidente della commissione Sanità in Regione Margherita Peroni.
GdF