«Governerò la città come fossi Marx»

(...) di incontri, in mattinata con i pensionati del circolo di via di Francia e nel pomeriggio con i camalli della Culmv nella Sala Chiamata del Porto, appuntamenti durante i quali non sono mancate frecciate più o meno pungenti nei confronti degli altri due candidati alle primarie. «Marta Vincenzi? Della sua candidatura mi ha sorpreso il fatto che lei, nel momento in cui era ancora aperta la sfida con Mario Margini, avesse comunque dichiarato di essere pronta a candidarsi anche senza il consenso del suo partito - morde il professore -. Curioso che poi sia stata candidata ugualmente, senza problemi. Credo però che da parte della Vincenzi sarebbe meglio porsi in modo meno aggressivo». Per Stefano Zara i toni non cambiano: «Il suo è un caso complicato. Prima non voleva candidarsi, poi però si è proposto convinto da Riccardo Garrone, che di certo è estraneo al centrosinistra. Tra l’altro lui dice di avere dal sottoscritto una distanza siderale e che non mi sosterrà in caso di vittoria alle primarie. Beh, se io dovessi perdere invece li sosterrei entrambi».
Stoccate e un po’ di veleno in attesa del 4 febbraio, data in cui verrà deciso il candidato sindaco del centrosinistra. Un clima che stride con le stesse dichiarazioni del poeta fatte ieri ai «compagni» del circolo dei pensionati di Sampiardarena. «Mi sembra di ritornare indietro nel tempo, a quando ero ragazzo, nella Torino di tanti anni fa dove ho vissuto. Allora negli incontri dei sindacati e delle sezioni di partito c’era passione, si ricercavano valori che rendessero comune e non solitaria la formazione delle proprie scelte di vita». Un tuffo nei ricordi all’insegna dei vecchi tempi, quelli di una Torino «con una grande volontà combattiva, quando il partito comunista era un partito di classe e non come adesso un partito d’opinione».
Parlare, discutere, riscoprire la bellezza e l’importanza del confronto è quello che vuole perseguire il poeta della sinistra radicale. Ma solamente le parole non aiutano a risolvere i problemi di una città, né tanto meno citare l’autore del Manifesto o l’intervento americano in Somalia. «Il povero Marx pensava che si sarebbe sviluppata una crescente pauperizzazione - dice Sanguineti -, perciò è necessario ripartire dai bisogni primari. Questo è ciò che voglio ottenere attraverso i sedici punti del mio programma. Il mio ideale è quello di una città dove la gestione delle cose torni a coloro che partecipano a una vita di comunità. Il proletariato non è più solo chi lavora nelle fabbriche, ma chiunque sia vittima di uno sfruttamento. In questi ultimi giorni sono andato in vari quartieri a parlare con la gente, e mi ha fatto piacere vedere le persone che hanno ripreso a discutere di politica».