Un governicchio l’ultima carta dell’Unione

Il centrosinistra punta a prendere tempo per evitare una sconfitta sicura con un esecutivo tecnico o istituzionale. Ma il Polo non ci sta. Maroni: "Non bisogna prolungare l'agonia di questo governo"

Roma - Il sipario si chiude sul governo Prodi, dopo l’estenuante ultimo atto consumato al Senato e il disperato tentativo di sopravvivenza del presidente del Consiglio. Questa volta, però, è davvero finita. E ora la parola passa al capo dello Stato a cui spetterà il compito di risolvere la crisi aperta ufficialmente ieri.

Le forze politiche sono sostanzialmente spaccate sul da farsi. Da una parte c’è il centrodestra che spinge per andare il più presto possibile alle urne. Dall’altra c’è larga parte del centrosinistra che punta a tirarla per le lunghe, alla luce dei disastrosi sondaggi che lasciano prefigurare una sconfitta annunciata. Quel che è certo è che Romano Prodi è già salito al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato. Scatta a questo punto la prassi delle consultazioni per capire quale sia il percorso maggiormente condiviso da percorrere. Ma, a detta di tutti, non esiste spazio per inciuci o alchimie particolari: la parola torna al popolo.

Tre le «finestre» possibili per il voto. La prima settimana di aprile, qualora le Camere venissero sciolte subito. In questo caso l’ipotesi più probabile è che sia questo governo sfiduciato a gestire le elezioni. Il secondo scenario, invece, è quello di un governo tecnico, guidato da Giuliano Amato o da Gianni Letta, che si occupi di cambiare la legge elettorale in tempi brevi e porti il Paese alle urne nel mese di giugno. Due giorni fa circolava un’altra voce messa in giro da alcuni parlamentari vicini al Professore: quella di un reincarico per un Prodi-bis di breve durata, con l’appoggio dell’Udc e dell’Udeur e con una missione limitata: fare una riforma elettorale di impianto tedesco. Ma questa ipotesi appare lontanissima. La terza opzione è quella di un governo istituzionale, di durata più lunga, che tenti anche di realizzare un pacchetto di riforme costituzionali.

Citate le varie ipotesi in campo bisogna, però, fare i conti con la determinazione di Forza Italia, An e Lega a non farsi trascinare nelle sabbie mobili dei rinvii, degli escamotage, dei traccheggiamenti. Tant’è che il partito azzurro a questo punto scarta anche l’eventualità di dar vita a un governicchio per modificare il premio al Senato da regionale a nazionale. E le prime parole di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Roberto Maroni confermano questo volontà. «Elezioni subito» ripetono in coro. E l’esponente leghista aggiunge: «Andiamo subito al voto per non prolungare l’agonia di questo esecutivo. Chi propone un governo per fare una legge elettorale ha in mente solo di votare tra un anno». Sull’altro fronte Walter Veltroni traccia la linea contraria: quella della resistenza: «Occorre evitare le elezioni anticipate che precipiterebbero il Paese in una situazione drammatica». Ma ora sarà il presidente della Repubblica a fare le valutazioni del caso.

Il capo dello Stato non ha fatto trapelare nulla riguardo le sue intenzioni. Quel che è certo è che già oggi pomeriggio il presidente della Repubblica avvierà le consultazioni per districare una matassa intricata. Lo scenario che gli si presenta davanti non consente molto spazio di manovra. I rapporti politici, già tesi, appaiono esasperati dal muro contro muro di questi giorni. E staccare la spina a questa legislatura potrebbe alla fine diventare l’unica opzione davvero praticabile.