IL GOVERNO AUTOSOSPESO

Questa volta non è il caso di scherzarci sopra. Il comportamento del ministro Antonio Di Pietro sulla vicenda dell’indulto è la negazione di una regola non scritta, ma fondamentale, in tutte le democrazie occidentali. Chi non è d’accordo con l’azione del governo di cui fa parte, non ha altra scelta che quella delle dimissioni. È inutile ripetere che il partito del ministro delle Infrastrutture ha la piena legittimità di avere le proprie idee su un provvedimento delicato, già invocato a gran voce sei anni fa da Giovanni Paolo II. Nel merito ognuno la pensi come vuole, anche se va ricordato che quanti oggi si indignano per un atto parziale di clemenza non si sono mai indignati, anzi hanno taciuto, dinanzi alle lunghe carcerazioni preventive inflitte a persone risultate poi innocenti.
E quanti, indignandosi oggi ritengono di essere così alfieri della moralità pubblica e privata, spesso, in realtà, sono sull’altra sponda, come ha giustamente ricordato Mastella nell’aula di Montecitorio. Le «tricoteuses», come si sa, hanno mille volti e si nascondono sotto tanti vestiti, ma hanno una comune caratteristica che le fa subito identificare: applaudono alla forca e protestano per la clemenza o per le assoluzioni. Per non dire dei tanti reati commessi da persone note e mai perseguite o denunciate dai tanti politici, giornalisti e intellettuali che invece oggi si indignano per quell’atto parziale di clemenza, che peraltro esclude dal beneficio i reati più gravi. Quello che ora ci preme sottolineare, però, è il fatto che il metodo praticato da Di Pietro questa volta ha travolto ogni regola democratica, con spunti anche da commedia all’italiana, come il «congelamento» della posizione di ministro. Forse il gran caldo di questi giorni ha fatto sognare il «congelamento», ma delle due l’una: o il provvedimento è frutto del governo in carica, ed allora i ministri che non lo condividono devono dimettersi; o invece, come nel caso in questione, l’iniziativa è parlamentare e non si capisce allora cosa c’entra questa ridicola storia del congelamento o dell’autosospensione da ministro. Ma c’è di più. Perché meravigliarsi dello sciopero selvaggio dei tassisti o della serrata delle farmacie se un ministro della Repubblica va davanti a Montecitorio con il megafono ad inveire contro la maggioranza parlamentare di cui fa parte? La compostezza e la severità dei comportamenti è tipica delle grandi democrazie, mentre ciò che abbiamo visto in questi giorni ci sembra più simile a quanto vediamo in televisione nella tormentata terra di Palestina, dove i ministri di Hamas guidano spesso i cortei di protesta contro gli israeliani. I ministri in una grande democrazia non sfilano, governano. I leader politici e di partito, se lo ritengono, partecipano a manifestazioni pacifiche di piazza. La nostra amarezza, dunque, è totale perché da tempo vediamo la società italiana sfarinarsi giorno dopo giorno in una guerra di tutti contro tutti, con intrecci di potere illiberali tra finanza e informazione che puntano alla conquista di aziende come la Telecom con attacchi forsennati che poco o nulla hanno a che fare con le regole del mercato. E la politica, ma anche la grande stampa sembrano attonite ed immobili, quasi impaurite, e sembrano non rendersi conto che quando un ministro della Repubblica urla in piazza contro il Parlamento siamo, forse, all’ultimo capitolo di una pericolosa involuzione democratica.