Governo, «cespugli» in rivolta contro l’Ulivo

Laura Cesaretti

da Roma

Non è un caso se ieri in molti, nell’Unione, hanno evocato le aspettative degli elettori che rischiano di essere «deluse».
C’è Massimo D’Alema che ammette: «L’opinione pubblica deve essere tranquillizzata, è vero che discutiamo ma non ci sono risse». C’è il neosegretario di Rifondazione, Franco Giordano, che si augura che «le incertezze vengano rapidamente superate, perché dobbiamo rispondere alle aspettative di un’Italia che ha mandato Berlusconi all’opposizione» e «ritrovare sintonia con il nostro popolo». C’è il radicale Daniele Capezzone che avverte: la vicenda della formazione del governo sta andando «malissimo», e si richia di «fare il miglior regalo possibile a Berlusconi». C’è il comunista Marco Rizzo che tuona: «Basta manovre e valzer delle poltrone, chi ci ha dato il voto ha diritto a vedere il cambiamento: serve un governo subito, o milioni di elettori subiranno una profonda delusione».
I «cespugli» del centrosinistra sono in rivolta, tra loro e contro quella che l’Udeur di Clemente Mastella denuncia come l’«egemonia» ulivista, con Ds e Margherita che - pur litigando su tutto - sono ferreamente d’accordo nell’accaparrarsi la stragrande maggioranza dei posti in palio, quindici su ventiquattro. Ma c’è anche una preoccupazione più sottile e diffusa: quella che la «luna di miele» con la pubblica opinione, di cui ogni nuova maggioranza gode nei primi mesi di governo, sia finita ancor prima di cominciare. Colpa della vittoria dimezzata del 10 aprile, del defatigante risiko istituzionale che ha subito minato ogni immagine di compattezza della coalizione, del fatto che Romano Prodi stia ancora fuori dall’uscio di Palazzo Chigi a più di un mese dal voto. Delle beghe scoppiate dentro i Ds e tra Ds e Margherita, del vorticoso totoministeri che prosegue ininterrotto da settimane senza soluzione, con gran godimento della neoopposizione che ne approfitta per mettere alla berlina un centrosinistra in stato confusionale. E nelle sedi dei partiti e dei candidati alle prossime Amministrative, che ormai incombono, circolano sondaggi poco rassicuranti sugli umori elettorali: certo la macchina da guerra di Walter Veltroni non sembra trovare intoppi seri, ma Roma è un caso a sé. Il sogno di conquistare Milano, però, sembra assai lontano, anche per le numerose insipienti mosse del candidato unionista Ferrante, a Napoli Rosetta Jervolino è in affanno e nel complesso le liste del centrosinistra temono di pagare il malumore nazionale per le prime mosse della coalizione.
L’unico a mostrarsi serafico è Romano Prodi. Ieri se l’è presa comoda e ha incontrato solo Oliviero Diliberto (che è andato a dirgli che non vuole Emma Bonino alla Difesa, troppo filo-occidentale per i suoi gusti, e a protestare contro i Ds che gli vogliono soffiare l’Università e ricerca). «Oggi non scriviamo un nuovo capitolo. Oggi la pagina è bianca», ha annunciato soddisfatto ai cronisti, invitandoli a «non avere fretta, perché tutto si sistema». E ha rifiutato di commentare l’intervista di D’Alema a Repubblica, nella quale il presidente ds si è detto disponibile a fare il vicepremier assieme a Rutelli, pur criticando la «fotografia statica» che la diarchia Ds-Dl offrirebbe. Salvo poi smentire il titolo di Repubblica che riportava il concetto. In ogni caso anche Prodi a sera si dice certo che «sui due vicepremier c’è un accordo senza problemi» e che la lista dei ministri sarà pronta «quando il presidente mi darà l’incarico», ossia presumibilmente mercoledì. Tutto ok, secondo il Prof. Ma intanto Marco Pannella attacca: «Il capofamiglia (Prodi, ndr) è stato sequestrato dai parenti ingordi che impazzano», e chiede che le massime cariche istituzionali «si occupino di questa patologica situazione». Diliberto reclama un vertice di tutta l’Unione e ribadisce il veto alla Bonino: «L’idea che una persona a favore della guerra vada alla Difesa non ci piace». Il socialista Villetti gli risponde per le rime: «È paradossale che chi ha aperte simpatie politiche per il regime di Fidel Castro salga in cattedra per dare lezioni di pacifismo». E Mastella lancia l’allarme: «Temiamo che la situazione diventi ingestibile».