Governo col fiato corto, il Polo sale al Colle

Oggi Berlusconi, Fini, Bossi e Rotondi incontrano il presidente della
Repubblica. I leader del centrodestra chiederanno a Napolitano di verificare se
esiste ancora una maggioranza su Finanziaria, pensioni e tesoretto

Roma - Sorseggiando un Crodino nella buvette della Camera, Paolo Bonaiuti sceglie la via della prudenza. E a chi gli chiede conto degli argomenti che questo pomeriggio l’opposizione porterà all’attenzione del Quirinale il portavoce di Silvio Berlusconi taglia corto: «Il menu non lo facciamo noi, lo fa Napolitano». Parole dettate da cautela e bon ton istituzionale, ma anche dal fatto che le posizioni di Forza Italia, An e Lega ancora non sono state debitamente registrate. Con Umberto Bossi deciso a chiedere a gran voce le elezioni e Gianfranco Fini piuttosto freddino sulla questione urne perché, ha ripetuto più d’una volta, «finché ci sono i numeri in Parlamento il capo dello Stato non può far nulla». E che il leader di An voglia avere garanzie sul punto lo si capisce quando da Gerusalemme ricorda che prima di salire al Colle «ci sarà un vertice con Berlusconi e Bossi». Nel quale, appunto, si dovrà fare una sintesi.
Di certo, al di là della cautela di Bonaiuti, il «menu» sarà ricco. Dalla situazione del Cda Rai al caso Visco-Speciale, dallo stallo del Parlamento all’inondazione di intercettazioni di questi giorni fino a quella che lo stesso portavoce del Cavaliere definisce «la fotografia del Paese». Dove, spiega Bonaiuti, «al voto di un anno fa che ha visto un’Italia spaccata a metà non è seguito un processo di decisioni in comune». Insomma, un incontro che nelle previsioni di Berlusconi deve servire soprattutto a ratificare a futura memoria (con tanto di conferenza stampa congiunta dopo la visita al Colle) «la preoccupazione» per quella che «è un’emergenza democratica», tanto - diceva ai suoi ieri - «che Prodi non può permettersi di presentarsi neanche davanti a una platea amica come la Confesercenti senza essere fischiato». Ed è anche per questo che l’ex premier ha deciso che domani mattina anche lui farà visita alla Confesercenti, perché - diceva ieri ad alcuni coordinatori azzurri - «bisogna finirla con questa storia che tutta la politica è in crisi». Insomma, «rifiuto la questione morale» perché «le responsabilità sono singole e tutte di questo governo». Non è un caso che in un’intervista a Chi pronostichi vita breve per il Professore: «Che pianta gli regalerei? Una che necessiti di molte cure, presto avrà tanto tempo libero». E che il Cavaliere possa non avere tutti i torti lo lascia sospettare anche il presidente del Senato Franco Marini. Che durante la capigruppo risponde alle lamentele di Roberto Calderoli sulla paralisi dell’aula dicendo che «se la produttività dovesse scendere sotto un livello minimo» sarà «il primo a riferire a Napolitano».
Il punto, però, è capire come al Quirinale i leader del centrodestra - ci sarà anche il segretario della Dc per le Autonomie Gianfranco Rotondi - tratteranno la questione elezioni. Su cui molto preme Bossi, che atterrerà verso le 14 a Roma con un Falcon messogli a disposizione dal Cavaliere. Sul punto Calderoli è tranchant («un presidente non può mica aspettare che l’ad porti i libri in tribunale») mentre Roberto Maroni usa toni duri ma meno definitivi («diremo che questo governo ha finito la sua corsa»). E probabilmente Berlusconi, Fini, Bossi e Rotondi (scartata l’ipotesi di delegazioni più ampie, ci saranno solo loro) non potranno spingersi oltre. Perché chiedere davvero le urne significherebbe non solo mettere in imbarazzo il Colle ma pure sentirsi rispondere che finché il governo ha una sua maggioranza è nel pieno delle funzioni. Il colloquio, dunque, s’incentrerà soprattutto sui prossimi appuntamenti. Cercando di sensibilizzare il Colle su pensioni, Dpef, Finanziaria e destinazione del tesoretto e chiedendogli di «verificare» - spiega Calderoli - «se su questi punti esiste davvero una maggioranza». Nel caso mancasse, ripeteva ieri in privato il Cavaliere, «faremo presente che il Paese vuole le elezioni» e dunque «non si vede perché dovremmo essere noi a suggerire soluzioni alternative». Anche se, nel caso nell’Unione si decidesse di ragionare su un eventuale governo di transizione per votare nel 2008, non sarà certo lui a mettersi di traverso. «L’importante è che sia una scelta di cui si assumono la responsabilità la maggioranza e il Quirinale».