Il governo colleziona fischi: contestato Bersani

Poche ore prima il ds aveva consigliato al premier di portarsi dietro una claque per soffocare il dissenso

Gianni Pennacchi

da Roma

Dopo i fischi a Romano Prodi è toccato a Pier Luigi Bersani incassare la dose - si direbbe ormai quotidiana - di contestazioni alla finanziaria. Ambedue nella loro roccaforte, va detto, dunque fatti oggetto di una protesta più che genuina e motivata, nonostante l’affetto dovuto agli illustri concittadini. E se il presidente del Consiglio era stato contestato domenica al Motorshow di Bologna, il ministro per lo Sviluppo economico - stimato ex governatore regionale, va detto - è stato preso di mira ieri dai ricercatori precari dell’ateneo bolognese ove s’era presentato per un convegno dall’emblematico titolo «il futuro nella ricerca industriale». Tutti fischi e proteste da sinistra, come quelli degli operai di Mirafiori che contestavano i vertici confederali, «colpevoli» di eccessiva benevolenza nei confronti del governo unionista. A dimostrazione, assai probabile, che questa finanziaria scontenta troppi.
Stando a quanto riferiscono le agenzie di stampa, il convegno era appena iniziato quando nella sala sono entrati una cinquantina di ricercatori e dipendenti precari del Cnr che indossavano quei giubbotti catarifrangenti ora obbligatori quando si deve scendere dall’auto improvvisamente in panne. Avevano striscioni e distribuivano volantini che reclamavano: «La ricerca è in panne, non rottamateci». Poi, una loro rappresentante è salita sul palco per leggere un documentino a nome della «Rete nazionale ricercatori» che mette sotto accusa non soltanto la politica governativa sulla ricerca e la precarietà, ma anche quella della regione Emilia-Romagna accusata di «spendere troppo nella ricerca privata a scapito di quella pubblica». L’accusa è inequivoca: «Questa è una finanziaria più attenta all’industria che al sapere: il futuro non sta nella ricerca industriale, sta nella conoscenza come bene comune». Più a sinistra di così... Lungo e sentito applauso della platea universitaria, qualche fischio all’indirizzo del ministro Bersani che doveva intervenire, commiato finale dei ricercatori: «Usciamo perché non vogliamo sentire chi non sa ascoltare».
Il buffo, sempre a quanto riferiscono le agenzie, è che prima di subire la contestazione Bersani era stato interpellato dai giornalisti sui fischi indirizzati al premier il giorno prima. E il ministro, tranquillo e irridente, avrebbe risposto che «Prodi farebbe bene a portarsi dietro una sua claque come Berlusconi», e in ogni caso «siamo in una società nella quale ci si può anche organizzare per contestare: è assolutamente legittimo». Tanto che da Roma il portavoce dell’ex premier gli aveva prontamente replicato che non basta portarsi dietro una claque per far credere agli italiani «che il governo non mette le mani nelle loro tasche, che questa finanziaria non è un diluvio di tasse e che gli asini volano»; in ogni caso, concludeva Paolo Bonaiuti, quanto «alla claque di Berlusconi, noi ne abbiamo portati due milioni senza l’aiuto dei sindacati».
Tant’è che Bersani, pur dando consigli al premier, deve aver ecceduto anch’egli in fiducia. E più tardi, incontrando un gruppo di imprenditori bolognesi, par che si sia piegato a una mezza autocritica: «Abbiamo fatto scelte difficili per rimettere il Paese nei binari, e può darsi che non ci siamo fatti ben comprendere». Con la compiacenza del postcomunismo bolognese che non demonizza mai nessuno e tenta di assorbir tutto, se - senza che nessuno lo avesse rincuorato con un «mo ha ben visto questi ricercatori fassisti, che vergogna!» - ha messo ecumenicamente le mani avanti invitando, sempre secondo i resoconti d’agenzia: «Non facciamo di ogni erba un fascio, chi grida “viva il Duce” non sono certo gli operai di Mirafiori o i giovani ricercatori. Non mettiamo nel frullatore cose diverse altrimenti rischiamo una visione generica e populista dei nostri problemi».
Non è da escludere che ce l’avesse anche con Walter Veltroni, che da Milano aveva in qualche modo tentato di difendere anch’egli Prodi, sentenziando: «Questo è un Paese che si fa del male. Un paese che fischia, lavora contro e non per».