Governo contro super manager Tetto ai maxi stipendi pubblici

RomaÈ il contrappasso per le liberalizzazioni che hanno lasciato l’amaro in bocca a intere categorie e ampliato il solco tra lo Stato e i lavoratori autonomi. Ma è anche lo zuccherino per mandare giù le riforme che verranno, in primo luogo quella del lavoro che, con tutta probabilità, scontenterà un altro pezzo di Paese. Erano in molti ieri a sostenere che è proprio questo lo spirito con il quale il governo ha deciso di avviare, con molto anticipo, l’attuazione di una delle poche misure anti casta contenute nel decreto «salva Italia».
La manovra di fine anno prevedeva che, entro 90 giorni dalla conversione, fosse approvato un decreto per rendere effettivo il contributo di solidarietà a carico dei super stipendi pubblici, che pone un limite massimo ai trattamenti economici dello Stato pari a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Tradotto in euro chiunque riceva «a carico delle finanze pubbliche, emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni», non può guadagnare nel complesso più di 300mila euro all’anno. Limite previsto per dirigenti dell’amministrazione centrale e periferica, delle partecipate degli enti locali, di enti come l’Anas, ma anche magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e delle forze di polizia e diplomatici.
Come spesso accade, c’è un «ma». Prima di capire chi e come colpirà la sforbiciata, bisognerà aspettare che lo schema di decreto, finisca il suo iter. Monti ieri sera ha trasmesso il testo ai presidenti di Senato e Camera, poi ci sarà il parere delle commissioni competenti, eventuali modifiche ed infine l’approvazione definitiva, da parte del Consiglio dei ministri.
I nodi da sciogliere non sono pochi. Ieri il comunicato specificava che il limite riguarda «tutti i manager delle pubbliche amministrazioni». Ma è anche vero che nel decreto «salva Italia» era stato inserito un comma che ammette «deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni» oltre a «un tetto massimo per i rimborsi spese». Un bug che potrebbe salvare i super manager che riuscissero ad esercitare il loro peso politico, ma anche un cavillo che potrebbe fare rientrare dalla finestra (i rimborsi spese) i soldi fatti uscire dalla porta.
Il messaggio di Monti è comunque chiaro e lo ha fatto arrivare da Bruxelles attraverso i suoi uffici di Palazzo Chigi. Il governo è «pienamente consapevole dell’importanza del contenimento dei costi degli apparati burocratici. Dal buon esito dell’operazione dipendono sia il successo dei programmi di risanamento dell’economia, sia quello degli stimoli alla crescita e competitività».
Il premier riesce a fare anche di questa decisione una questione europea. «Il contenimento dei costi della burocrazia - si legge nella nota - contribuirà cosi a rafforzare il credito di fiducia che i Paesi dell’Eurozona e gli investitori internazionali decideranno di accordare all’Italia nei mesi a venire».
Oltre al limite all’«ammontare complessivo» (cioè anche nel caso in cui un grand commis dello Stato prenda più stipendi), fissato sul giudice di più alto grado della Cassazione, nel «salva Italia» e nel decreto attuativo c’è anche un limite che riguarda i dipendenti pubblici fuori ruolo o in aspettativa retribuita. In questo caso «la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale». Fermo restando l’altro limite.
Altro vincolo messo nero su bianco - e sul quale il governo non intende fare sconti - è la destinazione dei risparmi: andranno a ridurre il debito pubblico. Se ne occuperà direttamente la Ragioneria dello Stato. Non potranno quindi essere destinati «a copertura di altre spese». I parlamentari sono avvertiti: niente assalto al mini tesoretto finanziato, loro malgrado, dai grand commis.