Il governo in difesa: mai stati dirigisti

Il ministro Gentiloni costretto a replicare ai sospetti di Montezemolo sulle nazionalizzazioni

da Roma

Dirigismo economico? Nostalgie delle partecipazioni statali? Ingerenze della politica nel mercato? Il caso Telecom alimenta sospetti non del tutto infondati sull’atteggiamento del governo, tanto che il presidente della Confindustria ha definito, pochi giorni fa, «desolante» il ritorno dell’invadenza del pubblico in economia negli anni Duemila. A Luca di Montezemolo rispondono, a nome del governo, Vannino Chiti e Paolo Gentiloni: «Rassicuro il presidente della Confindustria - dice il ministro dei Rapporti con il Parlamento -: nessun dirigismo, nessuna intromissione del governo, Angelo Rovati ha agito a titolo personale». Per il ministro delle Comunicazioni, Prodi chiarirà tutto. «Il governo - spiega Gentiloni - non condivide ipotesi di interventismo pubblico o idee di rinazionalizzazione delle telecomunicazioni».
Le precisazioni appaiono necessarie, alla luce di quanto si dice in queste ore nei palazzi della politica. A un Clemente Mastella che dichiara apertamente la propria «nostalgia» per Sip e Stet, le antenate pubbliche di Telecom che «non avevano tanti debiti», si aggiungono le parole di molti altri esponenti del centrosinistra, dal segretario di Rifondazione Franco Giordano al ds Paolo Brutti, al dl Pierluigi Mantini, che chiede le dimissioni di Tronchetti Provera dal vertice della Confindustria, di cui è vicepresidente.
Giordano ritiene corretto che il governo riprenda il controllo delle grandi reti, ricostituendo uno «spazio pubblico» nell’economia. «Il governo non può disinteressarsi delle grandi reti - spiega il vicepresidente dei deputati di Rifondazione, Antonello Falomi - per le quali è naturale il monopolio pubblico», mentre ai privati possono restare prodotti e servizi. Impostazione condivisa dal diessino Paolo Brutti, che rivendica per lo Stato il controllo delle grandi reti, «volano del sistema industriale del Paese». Mantini a sua volta si chiede se Telecom debba ottenere i benefici della riduzione del cuneo fiscale. «Sul caso Telecom - attacca l’esponente della Margherita - Confindustria deve prendere le distanze, anziché solidarizzare». Molti sembrano dimenticare che l’era delle privatizzazioni si è aperta nel ’93, con il governo Ciampi, ed ha avuto il massimo splendore durante il primo governo Prodi.
Inevitabilmente, Chiti e Gentiloni devono affrettarsi a calmare le acque. È evidente, spiega quest’ultimo, che il governo debba farsi carico «del futuro di un gruppo importante come Telecom, ma questo non vuol dire ricorrere all’interventismo pubblico». Tuttavia Chiti precisa che il possibile acquisto di Tim da parte di un gruppo straniero, per il governo rappresenta un «motivo di preoccupazione, non per forme di nazionalismo ma per il rischio di scomparire in Europa». Il ministro diessino aggiunge che su Telecom «non c’è alcuna lotta di potere all’interno della maggioranza», cioè fra la Quercia e Prodi. Se il governo non ha nostalgie delle partecipazioni statali, allora è difficile spiegare il cosiddetto «piano Rovati». Per Chiti, il consigliere del premier «ha agito a titolo personale». Anche se ha scritto su carta intestata della presidenza del Consiglio.