Il governo e il gioco delle tre carte

Arturo Diaconale

Il rischiatutto continuo a cui il governo è sottoposto al Senato ha aperto definitivamente gli occhi agli esponenti più accorti del centrosinistra. Non c'è votazione a Palazzo Madama in cui il governo non rischi di cadere rovinosamente. E, come ha spiegato con estrema efficacia la diessina Anna Finocchiaro, non è neppure pensabile che la coalizione governativa possa andare avanti per cinque anni sottoponendosi ad infiniti referendum nella Camera Alta della Repubblica.
C'è la necessità, allora, di allargare la maggioranza rinunciando a quella autosufficienza a cui, da Romano Prodi in poi, tutti i dirigenti dell'Unione si sono aggrappati da dopo le elezioni ad oggi e che, nel frattempo, si è dimostrata insostenibile. Il tema è dunque posto. Ma quale potrà essere il suo svolgimento?
Le ipotesi sul tappeto sono tre.
Quella dell'allargamento della maggioranza. Quella del cambio di maggioranza con la sostituzione dell'attuale «sinistra-centro» con una formula centrista. E quella delle larghe intese ispirata al modello tedesco.
La prima, auspicata apertamente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, prevede la trasmigrazione, a titolo personale e senza riflessi politici per l'attuale maggioranza, di alcuni parlamentari eletti nel centrodestra nello schieramento di centrosinistra. Basterebbe il salto della quaglia di cinque o sei senatori dell'Udc o di Forza Italia: Prodi allargherebbe la maggioranza senza spostare il suo asse politico fondato sull'accordo privilegiato con Fausto Bertinotti. E il governo avrebbe la possibilità di arrivare fino al termine della legislatura .
La seconda, perseguita altrettanto apertamente dall’Udc di Pierferdinando Casini, prevede invece un significativo cambio di maggioranza, con lo stesso Udc al posto dei partiti della sinistra antagonista. E la costituzione di un governo neo-centrista guidato, per questioni di equilibrio interno, da un esponente Ds.
La terza, infine, rilanciata da Giulio Tremonti, parte dal presupposto che per affrontare le mille emergenze che affliggono il paese è necessario un governo provvisto di una larghissima maggioranza. E ipotizza la formazione di un esecutivo non più guidato da Prodi ma da un personaggio in grado di garantire le forze principali di entrambi gli schieramenti, formato dall'Unione e dalla Casa delle Libertà.
Quale delle tre ipotesi appare più perseguibile? La prima, che sulla carta e sulla base delle esperienze del passato sembrerebbe la più semplice, è invece quella meno realizzabile. La campagna acquisti lanciata dalla maggioranza verso l'opposizione non ha avuto alcun effetto. Ma, soprattutto, è svanita la speranza di convincere i dissidenti dell'Udc Marco Follini e Bruno Tabacci a rompere con il centrodestra e a trascinarsi dietro i propri senatori di riferimento.
Follini e Tabacci non hanno intenzione di «vendersi» per un piatto privo addirittura delle classiche lenticchie. E, un po' per fare dispetto a Casini e al suo progetto centrista e molto per dare peso e dignità politica alla loro posizione frondista, hanno escluso ogni trasmigrazione personale, schierandosi a favore della grande coalizione.
Il senso della loro presa di posizione è chiaro: la maggioranza attuale non ha alcuna possibilità di essere allargata. O si trasforma e diventa una diversa maggioranza o il governo in autunno rischia il tracollo.
L'esternazione folliniana sembra destinata a liquidare anche l'ipotesi centrista di Casini, che, in realtà, a liquidarsi da sola. Sia perché, oltre a Follini e Tabacci, non è condivisa da quella parte dell’Udc che non ha alcuna intenzione di rompere con la Cdl e Silvio Berlusconi. Sia perché il cambio di formula politica della maggioranza, con il taglio delle ali rappresentate da An, Lega e Fi da una parte e Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani dall’altra, provocherebbe l'uscita dai Ds degli esponenti del vecchio correntone. E quale esponente diessino potrebbe mai assumere la Presidenza del Consiglio di un governo «neo-centrista» dai numeri risicati assumendosi la responsabilità della scissione del partito e della consegna a Rifondazione dell'egemonia della sinistra?
Sul terreno rimane allora solo l'ipotesi delle larghe intese. Che, però, tra i mille ostacoli per essere realizzata ne ha uno più difficile di ogni altro. Che sorte riservare a Romano Prodi?