Il governo esalta la svolta anti Usa in Sudamerica

Il vice di D’Alema: «Abbiamo simpatia per chi vuole superare le iniquità, le ingiustizie e i problemi sociali»

Gli va senz’altro riconosciuto il fatto di essere uno dei pochissimi esponenti ex comunisti italiani (oggi è diessino) ad aver indossato una tuta blu e fatto l’operaio. Assoluta rara avis, in un partito di straborghesi! Per il resto, dopo aver scorso il curriculum politico di Donato Di Santo, sottosegretario agli Esteri (vedi scheda qui accanto), non destano poi particolare stupore le sue entusiastiche dichiarazioni espresse in occasione dell’insediamento del nuovo presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, a cui ha appena preso parte in rappresentanza del titolare della Farnesina, Massimo D’Alema.
Nel “coro andino” di esplicite manifestazioni antiamericane che ha fatto da colonna sonora ai festeggiamenti svoltisi nella capitale Quito, coro guidato in veste di indiscusso direttore d’orchestra dal presidente venezuelano Hugo Chavez (ormai sempre più nei panni di neo Castro, quasi di autonominato futuro líder máximo dell’intera area geopolitica) e in cui ha spiccato l’inquietante partecipazione del pari grado iraniano Ahmadinejad, il viceministro italiano non ha decisamente stonato.
Di Santo ha infatti affermato di guardare con molto interesse e simpatia al programma esposto da Correa, il quarantatreenne e poliglotta economista di formazione europea appena diventato l’ottavo presidente (l’ottavo in un solo decennio) del piccolo (13 milioni di abitanti) e tormentato Paese latinoamericano, che è anche quinto produttore continentale di petrolio e l’assoluto numero uno mondiale come esportatore di banane.
E nel programma del neo eletto - il quale non ha per nulla respinto il fraterno abbraccio politico ed economico portatogli dal presidente iraniano (il neo Hitler che vuole cancellare Israele, ricordiamolo) - spiccano quasi esclusivamente impegni in chiave anti occidentale e anti americana. Correa, il quale ha tra l’altro affermato che il diavolo dovrebbe ritenersi offeso per essere stato paragonato da Chavez al presidente George Bush, e che ha vaticinato la fine di quella che ha definito la «notte neo liberale», ha confermato l’impegno a voler rinegoziare parte del debito estero del Paese, a non pagarne un’altra bella fetta e a chiudere la base militare statunitense «Manta», proprio quella da dove sono partiti fino a ora gli elicotteri che combattono la difficile guerra contro i narcotrafficanti della vicina Colombia.
Un programma in stile «yankee go home» che è suonato evidentemente come musica alle orecchie del nostro vice ministro degli Esteri, che vanta anche una quindicina d’anni come delegato italiano nel Comitato America Latina e Caraibi dell’Internazionale socialista. A detta di Di Santo, infatti, quello di Correa «è un governo che vuole dare una risposta alle necessità sociali del popolo dell’Ecuador, per cui è ovvio che abbiamo simpatia per questa prospettiva» nella speranza che si realizzi «nell’ambito della democrazia, dell’equilibrio e della tranquillità, il che non vuol dire - ha tenuto però a precisare il viceministro italiano - non porre sul tavolo temi anche radicali». E ha aggiunto di considerare «un dato positivo» la richiesta dell’Ecuador di una ristrutturazione del debito estero, ricordando che l’Italia ha già un programma di riconversione del debito di Quito in iniziative sociali.
Circa le concrete prospettive del governo di Correa - che molti analisti internazionali giudicano assai fragili - Di Santo ha dichiarato di guardare «con molto rispetto e molto interesse a quello che lui ha detto ed attendiamo ora la fase delle precisazioni perché il discorso pronunciato - ha dovuto ammettere - ha avuto un carattere molto generale». Quasi si fosse accorto anche lui, insomma, della scarsità di sostanza e dell’abbondanza di slogan nelle parole del neo eletto presidente. Comunque, ha aggiunto ancora il vice ministro di D’Alema, quasi a correggersi, «il dato è molto positivo perché le affermazioni di Correa vanno nella giusta direzione di superare i problemi sociali, le iniquità, le ingiustizie. Dopo verrà il momento del dialogo per vedere come risolvere i problemi», ha tagliato corto. Perché gli slogan sono sempre gli slogan. «Hasta la victoria siempre!»