Il governo fa a gara per fermare il Terzo Valico

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Ferruccio Repetti

Non si farà, eppure costerà 800 milioni di euro in più. Semaforo fisso sul rosso, a scadenza indeterminata, per il Terzo valico, dopo la serie di avvenimenti della giornata di ieri che hanno avuto come protagonisti rappresentanti di governo, presidenti di commissione, vertici delle istituzioni locali, parlamentari e tanti altri uomini di buona e cattiva volontà. A cominciare da Antonio Di Pietro. Il ministro delle Infrastrutture arriva in Commissione Trasporti della Camera con un pacco di documenti sotto braccio. E comincia subito a leggere cifre e dati che non faticano a catturare l’attenzione dell’uditorio. «Voglio farvi conoscere il confronto - attacca il ministro delle Infrastrutture - tra i costi di realizzazione per chilometro delle linee Alta velocità passeggeri in Spagna e Francia, e delle linee Alta velocità-Alta capacità, passeggeri e merci, in Italia». Il tempo per schiarirsi l’ugola, e partono i siluri: «In Spagna le linee realizzate sono costate 9 milioni di euro a chilometro, in Francia 10, in Italia 33».
Mormorii in sala, ma lui, l’ex magistrato, come sempre, non dà tregua. E affonda il bisturi nella piaga: «Per quanto riguarda le linee in corso di realizzazione e progettazione - scandisce il ministro con evidente compiacimento -, in Spagna si parla di 15 milioni a chilometro, Oltralpe di 13. In Italia il costo è di 44 milioni a chilometro. E vale per le tratte del Terzo valico Genova-Milano, oltre che per la Novara-Milano, la Milano-Bologna, la Bologna-Firenze e la Milano-Venezia», quelle cioè che, secondo il governo Prodi, non sono ancora partite. O meglio, per usare lo stesso linguaggio dell’esecutivo nei riguardi della linea ferroviaria Genova-Milano: «Non si è proceduto alla contrattualizzazione della costruzione dell’opera per assenza di finanziamenti e non sono al momento in corso ulteriori attività». E poco importa, per ministro e compagni, che il 29 dicembre scorso sia stata formalizzata ufficialmente l’offerta di anticipo del finanziamento complessivo dell’opera da parte della cordata che comprende - scusate se è poco - Impregilo, Condotte, Banca Intesa e San Paolo, con Unicredit, Banca Carige e Mediobanca pronte a entrare!
L’obiettivo del governo adesso è un altro: bloccare tutto, magari facendo finta di dire «avanti tutta». Difatti Di Pietro, per non passare alla Storia come da affossatore delle grandi opere, si affretta ad aggiungere: «Per le infrastrutture in questo stato, lasciamo porte aperte alla gara internazionale». Il contenzioso, certissimo, che verrà aperto dall’attuale general contractor, il Cociv, cui il decreto Bersani ha revocato l’assegnazione? «Non importa. Paga lo Stato» conferma il ministro. Cioè, tradotto in soldoni: pagano i cittadini, chissenefrega. Poi la conclusione che c’azzecca: «Per il bando di gara ci vorranno sessanta giorni, cosa volete che siano? Il Terzo valico è fermo da quindici anni...». Gongola Egidio Pedrini, Italia dei valori, il partito del ministro: «Questa è la procedura giusta. La linea di valico Genova-Milano si farà. E costerà senz’altro meno».
Ma forse no, visto che il Cociv ha già avviato una procedura di risarcimento nei confronti di Tav spa, e da lunedì scorso ha pronte le carte per ricorrere al Tar. Chiedono qualcosa come 800 milioni di euro di danni. Dice l’assessore regionale ai Trasporti Luigi Merlo che «il Cociv non ha diritti, visto che non ha mai firmato il contratto con Tav». Ribatte il Cociv che il contratto altroché se è stato firmato, era il 1992. Da allora le spese, fra mancati guadagni e investimenti effettuati, sono a quota 800 milioni, quasi un miliardo di euro.