Il governo fa scappare lo 007 anticorruzione

Roma - «Il più completo isolamento» ha indotto Gianfranco Tatozzi a dare le dimissioni da Alto Commissario per la lotta alla corruzione. Dimissioni «irrevocabili», che suonano come una vibrata protesta verso il governo-Prodi e «l’insensibilità» delle istituzioni, da lui denunciata anche pochi giorni fa, per la lotta alla corruzione.
L’ultimo segnale è stata la norma sulla prescrizione dei reati contabili inserita nella Finanziaria, prima erano venuti i tagli delle risorse e gli attentati alla stessa sopravvivenza dell’organismo da lui guidato dal 2004, con il disegno di legge del ministro Luigi Nicolais sulla semplificazione della pubblica amministrazione e poi con il decreto Bersani.

Oggi Tatozzi spiegherà in una conferenza-stampa la sua decisione e farà un bilancio dell’attività di questo biennio, denunciando ad esempio che da 9 anni viene ignorata la legge per l’anagrafe patrimoniale dei dirigenti pubblici. «Mi sono reso conto - anticipa con amarezza al Giornale - di una serie di elementi che non mi consentono più di fare il mio lavoro con la dovuta incisività. Qui in Italia non si è neanche agli albori di una politica complessiva per combattere la corruzione, come dimostra il maxiemendamento nella manovra. Ma forse, ci sono anche ragioni personali: io che sono stato nominato dal precedente governo non sono evidentemente gradito a quello attuale, né omogeneo con l’attuale maggioranza. Se è così, mi tolgo di mezzo, sperando di salvare un organismo di cui il Paese non può fare a meno, visto che ha sottoscritto la convenzione Onu di Merida contro la corruzione del 2003».
Insomma, uno spoil system camuffato? Una specie di mobbing per costringere l’Alto Commissario alle dimissioni, non potendolo sostituire?

Tatozzi, uno dei più illustri magistrati d’Italia, doveva rimanere in carica fino al 2009, ma ieri ha preso carta e penna e ha scritto una lettera per gettare la spugna al presidente del Consiglio. Da Romano Prodi, in questi mesi, non è stato ricevuto neppure una volta, malgrado sia proprio dal premier che dipendono le sue funzioni. La convenzione di Merida raccomanda, infatti, la nascita di autorità indipendenti e autonome, ma che collaborino con le più alte istituzioni.

Si spiega così perché Tatozzi parli di «completo isolamento». L’Alto Commissario Anticorruzione ha avuto dal governo solo dimostrazioni di scarsa fiducia e di volontà di smantellamento della sua struttura: i fondi sono stati tagliati e, dopo il pericolo scampato del ddl Nicolais, ecco la spada di Damocle dell’articolo 29 del decreto Bersani, che prevede la soppressione degli enti che entro il 4 gennaio non provvedano a un riordino attraverso un Dpr. «Un tentativo silente e surrettizio di sopprimere l’Alto Commissario per la lotta alla corruzione», per Tatozzi. Ora si parla di proroga, ma il magistrato sospetta che in cambio si voglia la sua testa. Sotto assedio, lui non ha rinunciato a far sentire la sua voce e ha criticato duramente l’esecutivo e l’Unione per aver dimostrato di non avere davvero a cuore la lotta alla corruzione, come avevano proclamato a gran voce in campagna elettorale. L’ultimo attacco è stato appunto quello sulla Finanziaria.

Oggi Tatozzi parlerà anche del rapporto dell’Ong che si occupa su base mondiale dell’anticorruzione, Trasparency International. Un sondaggio sulla percezione della gente che conferma le sue convinzioni: dal barometro risulta che per il 48 per cento degli italiani il governo non ha un’azione efficace contro la corruzione; addirittura, per l’11 per cento la favorisce; per l’89 per cento i partiti sono corrotti, così i media per il 72 per cento, gli uffici delle imposte per il 71, il sistema giudiziario per il 67. E l’Italia passa dal 40° al 45° posto nella classifica dei 163 Paesi esaminati, penultimo di quelli in zona euro: vuol dire che l’opinione pubblica percepisce un maggior livello di corruzione rispetto all’anno scorso. Il giudizio è di insufficienza piena, con un punteggio di 4,9 (aveva 5), su una scala da 0 a 10.

Di dimissioni «gravi ed inquietanti» parla l’Udc membro del Copaco Giampiero D'Alia, «a maggior ragione se collegate alla norma “ammazza-Corte dei Conti” sui reati contabili».