Il governo fa scappare 450 scienziati

Erano rientrati in Italia con la certezza di finanziamenti e prospettive di lavoro. Ma la sinistra ha azzerato tutto: riprende la fuga dei "cervelli"

Stanno preparando le valigie. Anzi qualcuno è già partito. In ogni caso, tra non molto, ripartiranno. Quasi tutti. Quattrocentocinquanta su cinquento, tra scienziati e ricercatori, che erano rientrati in Italia, incoraggiati da una legge voluta e varata dal governo Berlusconi per recuperare la tanto preziosa eccellenza nel mondo dell’università e del lavoro. Una legge che, puntualmente, è stata mandata al macero dal governo Prodi. Cervelli in fuga. Sembra il titolo di un serial già visto e rivisto altre volte. E invece è soltanto l’ultima prodezza, compiuta da un governo di «larghe intese» e di molte parole, che, rimescolando nella solita melassa del buonismo e delle promesse, ha pensato bene, per riabilitare lo stato della cultura e della ricerca italiana di fare una cosa sola: cancellare bandi e fondi. Denari e opportunità quindi che avrebbero potuto convincere non solo altri nostri ottimi scienziati, sparsi nei vari angoli del mondo, a tornare a casa, ma anche coloro che già erano tornati, sull’onda della legge Moratti, a rimanere a lavorare nella loro madrepatria. I fatti sono presto ricostruiti: il piano del ministero dell’Università e della Ricerca che era stato battezzato appunto: «Rientro dei cervelli» dal governo di Silvio Berlusconi con un decreto del 2001, poi prorogato nel 2003 e ancora nel 2005 aveva centrato gli obiettivi che si era prefissato tanto che nel giro di questi anni circa 500 scienziati hanno deciso di tornare sui propri passi e di ricominciare a lavorare in Italia sicuri, testo della legge alla mano, di poter contare su adeguati finanziamenti e altrettanto solide prospettive di impiego (contratti di ricerca e di insegnamento da due a quattro anni finanziati al 95 per cento dal ministero con soldi del Fondo di finanziamento ordinario delle università). E invece. Invece. Sono bastati pochi mesi al nuovo inquilino di Palazzo Chigi e a suoi più stretti collaboratori per cancellare, persino dal sito internet ogni traccia, ogni informazione che avrebbe potuto fornire anche solo un appiglio per nuovi possibili quanto preziosi reclutamenti. Niente bandi di concorso, niente notizie di borse di studio o finanziamenti vari. Niente di niente. Anche se nel più tradizionale stile, caratterizzato da promesse e giuramenti: il ministero dell’Università e della ricerca, per bocca del sottosegetario Luciano Modica, assicura che «entro il 2007 si farà partire un nuovo bando». Ma, in una sorta di perversa alleanza tra governo e coriacei esponenti delle baronie universitarie, il problema della controfuga in atto fra i nostri cervelli ha regalato a chi è rientrato in Italia un ostacolo in più. Il rientro dei ricercatori era ed è ancora subordinato a un rigoroso esame da parte di un comitato formato da membri del Cun, il Consiglio nazionale Universitario, della Crui, la Conferenza dei rettori, e da «eminenti personalità accademiche». Fin qui nulla da eccepire. Ma qualcuno ci ha messo del suo imponendo che le assunzioni (per le quali sono stati stanziati nel 2005 tre milioni di euro dall’allora governo Berlusconi) nelle università dove hanno fatto ritorno i 499 ricercatori avvengano solo se si rispetta un preciso requisito, stabilito nel luglio scorso da una delibera del Cun: se non si possiede già il titolo di professore ordinario o associato non c’è speranza di ottenere una cattedra. Considerato che la maggioranza dei «cervelli» rientrati ha tra i 30 e i 40 anni e, pur avendo anni di esperienza, non ha ancora un’abilitazione le conclusioni sono facili da trarre. Come le ha tratte, a nome di molti suoi colleghi, Antonio Vairo, eccellente cervello, tornato in Italia dal Cern di Ginevra ma adesso già di nuovo con la valigia in mano. Una settantina di pubblicazioni alle spalle e la notorietà che merita un fisico internazionale come lui, Vairo tre anni fa aveva colto l’occasione della legge per approdare alla facolta di Scienze dell’Università di Milano. Risultato? Dopo un’esperienza «gratificante» come lui stesso l’ha definita ora recapita parole di amarezza e delusione al ministro Mussi: «Sono costretto ad andarmene perché l’Università non può definire la mia posizione di professore associato. Il curriculum non conta nulla. Conta invece l’abilitazione, ottenuta magari con una cattedra in Burkina Faso. Io non pretendo scorciatoie, chiedo solo di valutarmi per ciò che ho fatto fino ad oggi».