Il governo ha soffiato su una candelina spenta

La mesta celebrazione del primo anno dell’esecutivo ha fatto passare in second’ordine un altro «memento» che il centrosinistra avrebbe potuto più agevolmente richiamare all’attenzione dei cittadini: i tre mesi trascorsi dalla presentazione dei dodici punti «prioritari e non negoziabili» che Romano Prodi aveva posto per «rilanciare l’azione della maggioranza». Che ne è stato dell’ultimatum? Certo, è un anniversario un po’ più modesto, se lo si paragona alle tracimanti 281 pagine vergate «Per il bene dell’Italia», il programma che la coalizione avrebbe dovuto almeno cominciare ad attuare in 365 giorni. Ma il trimestre sulla sintesi, rispetto all’annualità sull’universo mondo, offre il vantaggio di poter misurare subito se il presidente del Consiglio sia stato di parola, e quanto: sul dodecalogo è più facile distinguere tra realtà e fantasie.
Dal punto numero tre, per esempio: «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione)». Così parlò - anzi: scrisse - Romano Prodi ai segretari dell’Unione. Chiunque può oggi constatare come sia finita la storiella. Dal punto numero otto: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». Novanta giorni dopo, la riforma pensionistica ancora si trastulla fra scaloni e scalini, e soprattutto fra chi nella maggioranza la evoca con tremore e chi la boicotta con decisione. Campa cavallo. Non privo d’umorismo anche il punto nove: «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l’estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido». Inutile dire che se il governo avesse almeno avviato una qualche seria iniziativa sul tema, l’imponente manifestazione dello scorso 12 maggio non ci sarebbe stata. O sarebbe apparsa intempestiva e fuoriluogo. Invece è successo che anche sull’onda di quella rivoluzionaria mobilitazione, l’esecutivo abbia sentito l’urgenza di promuovere una conferenza nazionale proprio sulla famiglia. Ma tre mesi dopo il pur ultimativo dodecalogo! Alla ricerca del tempo perduto.
Non è il caso di infierire su altre e pur concrete promesse dalla disarmante genericità, tipo l’indicata al punto due («impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione»); come diceva quella pubblicità, basta la parola. Bisognerebbe però pretendere che, ad ogni anniversario di celebrazione governativa, si associasse pure la «verifica», e non quella voluta dal ministro Clemente Mastella, sulle cose fatte e mancate. Così s’eviterebbe sia la retorica su ciò che non è stato e non sarà, sia lo sforzo, spossante e patetico, del dover soffiare su una candelina spenta. E in più si conferirebbe alla nuova tradizione dei decaloghi una funzione importante per la politica: se lo si compila, chi lo compila sfida innanzitutto se stesso al compito di realizzarlo nel più breve tempo possibile. A maggior ragione quando tale iniziativa viene presentata come «prioritaria e non negoziabile», affidandosi in questo modo alla sola volontà del proponente, e alla sua capacità di farsi valere con gli alleati. A proposito, dall’ultimo punto, il numero dodici: «Per assicurare piena efficacia all’azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto». Abbiamo visto. È qui la festa?
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