Il governo di Hamas chiude i battenti

Fermate le attività istituzionali dopo gli otto morti di domenica. Abu Mazen pensa a elezioni anticipate a gennaio mentre è in arrivo la Rice

Gian Micalessin

Una cosa è certa, la tappa palestinese è la più complessa nel tour mediorientale di Condoleezza Rice iniziato ieri in Arabia Saudita. Non perché vi siano decisioni da prendere, ma piuttosto per l’impossibilità di decidere alcunché. Dopo gli scontri di domenica pomeriggio a Gaza tra le milizie del governo di Hamas e i sostenitori di Fatah, appoggiati dai servizi di sicurezza del presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas), i palestinesi hanno fatto un altro passo verso la guerra civile. E non tanto per il sanguinario bilancio di quegli scontri, conclusi con otto morti e oltre un centinaio di feriti, ma per la totale incomunicabilità che oppone il governo fondamentalista ad Abu Mazen. A render ancor più difficile la situazione contribuisce la decisione dell’esecutivo di rispondere con la serrata dei propri uffici allo sciopero generale proclamato e imposto dalle Brigate Martiri di Al Aqsa.
La coda politica degli scontri di Gaza prende il via ieri mattina in Cisgiordania dove le Brigate Martiri di Al Aqsa decretano uno sciopero generale contro l’esecutivo di Hamas. Subito dopo il governo decreta la chiusura dei ministeri e paralizza la vita pubblica. «Il governo - spiega Gahzi Hamad, portavoce dell’esecutivo di Hamas - ha sospeso i lavori dopo gli attacchi alle proprie sedi e il tentativo di rapire dei funzionari». A Gaza intanto regna una calma approssimativa. Le milizie del ministero dell’Interno, protagoniste dei violentissimi scontri di domenica con i dimostranti e le forze di sicurezza filo-presidenziali, sono tornate in caserma. Al loro posto ai crocevia e nei centri nevralgici della città ci sono le pattuglie della guardia nazionale dispiegate su ordine del presidente Abu Mazen. Ma è una tregua fragile e armata. Lo sanno bene i medici e gli infermieri dell’ospedale trovatisi, ieri mattina, in mezzo alle sventagliate di kalashnikov scambiate dai miliziani di Hamas, schierati davanti al pronto soccorso, con quelli di Fatah venuti a ritirare il cadavere di uno dei loro caduti di domenica. Dopo venti minuti di sparatoria l’ospedale conta due nuovi feriti da arma da fuoco. Intanto si spara anche davanti all’abitazione di un ministro di Hamas assalita a colpi di pietre e davanti al ministero dell’Agricoltura incendiato da un gruppo di assalitori.
In Cisgiordania la situazione non è migliore. A Jerico i militanti delle Brigate Martiri di Al Aqsa fanno irruzione in un ristorante aperto nonostante lo sciopero e freddano a colpi di kalashnikov un cameriere. A Nablus un commando di Fatah tende un’imboscata alla macchina di Nasser Shaer, il vice premier di Hamas liberato solo qualche giorno prima da un carcere israeliano. Shaer non è in auto e la sparatoria si conclude con il ferimento di due sue guardie del corpo. L’imboscata è la risposta al ferimento di un militante di Fatah a Nablus. L’unica notizia positiva è il rilascio di Samir Birawi, il funzionario governativo rapito dai miliziani di Fatah che domenica hanno fatto irruzione nel suo ufficio di Ramallah.
Difficile capire se questa situazione da pre-guerra civile sia causa o conseguenza del mancato accordo tra il premier di Hamas Ismail Hanyieh e il presidente Abu Mazen per un governo di unità nazionale. Certo è che, in mancanza di quella mossa, l’unica in grado di metter fine all’embargo di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese, la situazione sembra congelata. Per uscire da questo impasse, Abu Mazen sta studiando la possibilità di spiazzare Hamas convocando elezioni anticipate per il prossimo gennaio. La mossa, oltremodo rischiosa, minaccia di portare la violenza a un punto di non ritorno e rendere impossibile anche una consultazione elettorale. In questa situazione senza prospettive anche il prossimo incontro di Condoleezza Rice con Abu Mazen si ridurrà a una visita di stretta routine.