Il governo inaugura il Salone Nautico con due siluri che affondano la città

Ferruccio Repetti

L’euforia, di fronte a tanto splendore di barche, ha contagiato tutti, ieri mattina, quando è salpato ufficialmente in Fiera il 46° Salone nautico. E ce n’era ben donde: 1.650 espositori, 2.200 natanti di ogni stazza, ma soprattutto i grandi numeri del business. Che sono stati richiamati in dettaglio dal presidente della Fiera Paolo Lombardi e dal numero uno dell’Ucina, Anton Francesco Albertoni, a nome dei costruttori italiani: 4,5 miliardi di euro di fatturato, 18mila dipendenti, un moltiplicatore pari a «4,5» (significa che per ogni euro investito il settore ne produce 4 e mezzo). Poi arrivano i rappresentanti del governo, e l’atmosfera cambia, nel senso che all’euforia subentra, soprattutto nei genovesi, l’incavolatura. Il vicepresidente Massimo D’Alema - «una consuetudine la mia presenza qui, a volte come uomo di governo, a volte come privato cittadino» - si lancia subito in una lunga autocelebrazione dei provvedimenti dell’esecutivo, prima davanti alle telecamere, poi al proscenio, in occasione dei discorsi ufficiali: i meriti della crescita della nautica sono solo della sinistra. Corregge il tiro il senatore Luigi Grillo (Forza Italia): «Il vento è cambiato con i provvedimenti del nostro governo, nella precedente legislatura: il regolamento sul nuovo leasing, la legge di riforma organica del diporto nautico, il codice della nautica cui mi sono personalmente dedicato». Ma D’Alema dice cose di sinistra (cioè sinistre), anche sull’avvenire del porto: «La legge Finanziaria contiene novità importanti che danno agli scali italiani maggiore autonomia e maggiori possibilità di investimenti, e sono sicuro che Genova ne saprà cogliere tutte le opportunità». E aggiunge: «Genova è una città forte. Non possiamo considerarla sullo stesso piano di Gioia Tauro». Il parallelo è stridente e per lo meno improprio: Gioia Tauro è quel porto di transhipment (i container arrivano su navi grosse e ripartono per altri lidi su navi più piccole) che non se la passa troppo bene, anche per mancanza di infrastrutture adeguate. Ma è anche il porto cui il ministro «calabrese» dei Trasporti Alessandro Bianchi - anch’egli presente ieri al Nautico, assieme al viceministro Cesare De Piccoli - ha promesso ufficialmente la propria protezione, auspicandone un deciso sviluppo a suon di finanziamenti dello Stato e anche a spese dello scalo della Lanterna (che rende allo Stato circa 1.200 milioni di euro all’anno, ricevendone in cambio la miseria di meno di 10 milioni). Aggiunge D’Alema, tanto per essere chiaro: «Genova è una città con una grande tradizione marittima e saprà certamente cogliere le opportunità. Il Mezzogiorno ha diritto ad essere un po’ più aiutato dallo Stato. È sempre stato così non credo che ci si possa lamentare». Un pessimo siluro che neanche il sindaco Giuseppe Pericu riesce a deviare: «Il progetto Piano per la ristrutturazione del water front - sottolinea Pericu - richiede investimenti che solo in parte Genova può dare». Ma anche Bianchi fa orecchie da mercante, e snocciola cifre a valanga (fra l’altro, confondendo sistematicamente milioni con miliardi), evitando con cura ogni riferimento al Terzo valico, indispensabile per assicurare l’avvenire del porto genovese. Il concetto è chiaro: i soldi pubblici finiranno a Gioia Tauro, tanto Genova sta bene così, e si arrangi. Tutto questo, praticamente nelle stesse ore in cui sulla città e sulle sue prospettive di sviluppo si abbatte un’altra tegola sinistra del centrosinistra: il ridimensionamento dei fondi all’Istituto internazionale delle tecnologie che era stato avviato e finanziato dalla Regione e dal governo di centrodestra. Lo conferma il sottosegretario al ministero dell'Università e della Ricerca, Nando Dalla Chiesa, pure lui a Genova ieri: «La Finanziaria ha stabilito tagli di fondi per l'Iit. Abbiamo favorito i centri che hanno ricerche già avanzate - dichiara trionfalmente Dalla Chiesa - rispetto a quelli dove i progetti sono solo ai primi passi. Ecco perché si è ridotta la quota all’istituto di Morego. È una scelta dolorosa - conclude il sottosegretario - fatta in una situazione in cui bisognava decidere da che parte andare». I finanziamenti garantiti costanti nel tempo dal precedente governo non contano più: «Erano in relazione ai risultati che si ottengono, quindi in relazione ai progetti che vengono effettivamente seguiti. Ci sono altre sedi in cui i progetti sono molto, molto avanti, la scelta è andata a loro vantaggio». Peccato che, a livello locale, gli amministratori non ci facciano molto caso: per il presidente della Regione Claudio Burlando (s’è visto anche ieri, purtroppo) conta solo raccontare per l’ennesima volta la storia dei suoi contatti col sindaco di Shanghai. «Mi ha promesso - esulta, candido - che verranno a vedere il Salone». Basta accontentarsi.