Governo lento sul caso Abu Omar Washington blinda gli agenti Cia

Gli Stati Uniti non consegneranno mai alle autorità italiane i 25
agenti della Cia e l’ex responsabile della base di Aviano, ricercati
dalla magistratura di Milano

Milano - La lettera colma di spine ingiallisce sul tavolo del Guardasigilli Clemente Mastella, ma gli americani hanno deciso di anticipare la lentissima decisione del ministro della Giustizia italiano. Gli Stati Uniti non consegneranno mai alle autorità italiane i 25 agenti della Cia e l’ex responsabile della base di Aviano, ricercati dalla magistratura di Milano per concorso nel sequestro di Abu Omar.
La notizia, con i crismi dell’ufficialità, arriva da Bruxelles. «Noi - spiega John Bellinger, consulente legale del Dipartimento di Stato - non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di estradizione dall’Italia, ma se dovessimo riceverla, non accetteremmo di estradare ufficiali americani verso l’Italia».
Partita chiusa. La comunicazione rimbalza a Palazzo di giustizia dove, l’8 giugno, inizierà il processo contro l’ex capo del Sismi Nicolò Pollari, alcuni dirigenti del controspionaggio e i 26 americani che il 17 febbraio 2003 portarono a termine il rapimento dell’ex imam. I pm Ferdinando Pomarici e Armando Spataro, che insieme hanno condotto l’inchiesta, hanno effettuato per mesi un discreto pressing su Mastella per spingerlo a inviare a Washington la lista dei latitanti, ma invano. L’ultimo sollecito è partito da Milano un mese fa ma è rimasto senza risposta. Ora Spataro tace, Pomarici replica con poche parole: «Esiste un accordo italo-americano che, evidentemente, dicono che non intendono onorare».
Insomma, secondo Pomarici la norma bilaterale è fin troppo chiara e obbliga, almeno sulla carta, i due Paesi alla collaborazione e alla consegna reciproca dei latitanti. «Non si tratta però di una valutazione giuridica - allarga le braccia il pm -, bensì squisitamente politica e, in quanto tale, non mi compete».
Mastella, invece, tace. E in Senato, in attesa del voto sulla fiducia, dribbla le domande dei cronisti e non chiarisce se il no preventivo degli Usa lo spingerà a non inoltrare la lettera. Questa, al di là della melina, pare essere la linea del governo; del resto nei giorni scorsi sono stati Prodi e Rutelli a puntare il dito contro Spataro e Pomarici e a sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta. Secondo il governo, i pm hanno violato il segreto di Stato. Il prossimo 18 aprile la Consulta valuterà l’ammissibilità della «contestazione», poi, eventualmente, entrerà nel merito. E in quel caso il dibattimento milanese potrebbe fermarsi in attesa del verdetto della Corte costituzionale.
Per ora, però, a tenere banco è la scelta degli Usa. «L’impudenza di questi americani - è il parere di Antonio Di Pietro, solidale con gli ex colleghi ambrosiani - non ha confini. Gli Usa devono smetterla con quest’idea di farsi giustizia da soli. Da troppo tempo l’Italia aspetta giustizia su casi come la strage del Cermis, l’omicidio Calipari e, da ultimo, la vicenda Abu Omar». Il commissario Ue alla Sicurezza Franco Frattini si concentra invece su lato italiano del problema: «La richiesta di estradizione è un atto politico che implica una valutazione politica, non esclusivamente giuridica, quindi rispetto l’atteggiamento del ministro Mastella, e certamente non mi viene in mente di interferire nelle decisioni del ministro Mastella o del presidente Prodi».
Ma le sorprese che arrivano dagli Stai Uniti forse non sono finite. Qualche giorno fa era stato il Wall Street Journal ad attaccare i due pm milanesi. Ieri sono due autorevolissimi avvocati, David Rivkin e Lee Casey, a lanciare sul Washington Post una clamorosa provocazione: processare negli Usa i pm di Milano. Casey e Rivkin, che hanno lavorato in passato per la Casa Bianca, svolgono in realtà un complesso ragionamento e danno per scontate gravi responsabilità sul versante italiano: la pratica delle rendition, ovvero dei sequestri come quello di Abu Omar, è accettata da tempo ed è riconosciuta l’immunità a funzionari che agiscono con il riconoscimento del governo del Paese che li ospita. «Mi sembra non ci siano dubbi - afferma Rivkin -, c’era una complicità quantomeno di una parte del governo italiano». E allora, ecco la proposta: «Se i procuratori italiani possono fare inchieste del genere, diamo lo stesso potere ai procuratori americani nei loro confronti, e poi stiamo a vedere chi avrà vita più difficile».