Il governo libanese dice sì al Tribunale Hariri

da Beirut

Il traballante governo libanese anti-siriano ha approvato ieri in una riunione straordinaria il documento elaborato dall’Onu per il varo di un tribunale internazionale che giudichi i presunti responsabili dell’assassinio, il 14 febbraio 2005, dell’ex premier Rafik Hariri. Sotto accusa è il regime di Damasco. L’opposizione filo-siriana è subito insorta affermando che si tratta di una decisione «incostituzionale».
Presieduto dal primo ministro Fuad Siniora, l’esecutivo ha approvato lo statuto del tribunale nella sede del governo nel centro di Beirut, tra ingenti misure di sicurezza e in assenza dei cinque ministri sciiti dei movimenti filo-siriani Hezbollah e Amal e di un loro collega cristiano greco-ortodosso, che hanno rassegnato le dimissioni due settimane fa.
Il governo ha inoltre perso un altro dei suoi ministri questa settimana: il responsabile dell’Industria, il cristiano-maronita, Pierre Gemayel, un anti-siriano, assassinato il 21 novembre in pieno giorno in un sobborgo cristiano della capitale.
La decisione presa dai 17 ministri rimasti - tutti antisiriani - prepara il terreno a un nuovo braccio di ferro con il fronte filo-Damasco. I principali partiti che sostengono la Siria - Hezbollah e Amal - hanno detto di «non poter collaborare con chi rifiuta i princìpi della partecipazione». «Abbiamo chiesto al premier - hanno scritto in un comunicato - di darci il tempo di studiare la proposta per la formazione del tribunale e di discuterne in un clima di apertura, ma si è rifiutato».
Poche ore prima della riunione di ieri, Siniora aveva fallito nell’ultimo tentativo di convincere i ministri sciiti a tornare nel governo. Sin dalle dimissioni dei sei, il presidente del Parlamento e leader di Amal, Nabih Berri, il presidente della repubblica Emile Lahoud e il movimento Hezbollah considerano il governo e le sue decisioni illegittime, sostenendo che violano la Costituzione secondo cui tutte le maggiori comunità religiose del Paese devono sedere nell’esecutivo.
Dopo l’approvazione, il documento dell’Onu deve essere firmato da Lahoud, che poi lo invia al Parlamento per il voto finale. Ma appare improbabile che il capo dello Stato dica sì alla decisione del governo che egli considera illegittimo, così come, per lo stesso motivo, è improbabile che Berri convochi il Parlamento per votare il sì governativo.