Il governo marcia sulla Scala ma Prodi snobba il gran galà

Il premier: «Questo teatro è un punto di incontro internazionale: la nostra presenza qui è doverosa». Formigoni incalza: «Mantenga le promesse». Fiacca contestazione dei Cub

È la prima di Romano Prodi e del suo governo. Marcia da Roma sulla Scala di Milano, dove il premier e i ministri occupano il palco reale e i migliori posti del teatro. Marcia «spontanea» la definisce il Professore «perché, stasera, la Scala era un punto d’incontro internazionale». Ma, sorpresa, Prodi snobba la cena di gala a Palazzo Reale: il Professore, dicono, preferisce incontri riservati. Nota stonata, dopo 142 minuti di Aida (ri)tornata alla Scala.
E mentre il vicepremier Francesco Rutelli garantisce che «il Piermarini ha tutti i titoli per essere in cima alle priorità nazionali», il presidente della Lombardia Roberto Formigoni conta che «il governo mantenga i suoi impegni perché è finito il momento delle attese e delle negoziazioni». Già, la prima scaligera è occasione per affrontare temi importanti per lo sviluppo di Milano sapendo, chiosa il Governatore, che «la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni ora da tradurre in capitoli di bilancio».
Concretezza in una serata che ai fotografi e ai cameraman ha consegnato scatti su scatti del mondo dell’alta finanza. L’Aida verdiana - che ha riportato nel tempio della lirica Franco Zeffirelli - ha richiamato il gotha dell’economia, da Alessandro Profumo (Unicredit) a Corrado Passera (Intesa) passando per Antonine Bernheim (Generali). E, ancora, Piero Modiano (San Paolo), Carlo Gabbi (Cariparma), Gerardo Braggiotti, (Banca Leonardo), Giovanni Bazoli (Intesa), Gabriele Galateri di Genola (Mediobanca) e Paolo Scaroni (Eni). Cognomi che sono pure risuonati in piazza dai megafoni dei Cub: pattuglia di sì e no cinquanta persone, habitués della protesta che sulle note di El pueblo unido jamas será vencido reclama «reddito a precari e pensionati».
Reduci di una classe operaia che non esiste più e che neppure si sono accorti che la prima scaligera è stata pure la prima dello sbarco dei petrolieri: «E con Shokri Ghanem, presidente della national oil corporation ce ne sono venticinque» esclama un cronista, che sul taccuino appunta «contestazione uguale zero». Già, la presenza arrabbiata nella piazza scaligera non è più quella di una volta: esclusi i cinquanta dei Cub, c’è solo un melomane, Giuseppe Zecchillo, che grida contro il costo dell’Aida di Stéphane Lissner e Franco Zeffirelli. E se non fosse per il volume degli altoparlanti puntato al massimo non se ne accorgerebbe nessuno. Tant’è che, alle diciotto in punto, all’inizio dell’Aida gli autonomi hanno tolto il disturbo, via quella modesta protesta. Ieri era la prima dei vip e i milanesi assiepati dietro le transenne volevano solo vedere il vippame, gli accompagnatori, gli abiti e le auto.
Inversione di tendenza che Vittorio Sgarbi sintetizza come il riaffermarsi del potere politico su quello della magistratura che negli anni Novanta aveva avuto la meglio. Anzi, l’assessore la condensa in un invito a «tacere» rivolto a Francesco Saverio Borrelli , «per lui è giunto il momento del silenzio». A parlare restano il centrosinistra e il centrodestra, con un comune denominatore: gli aggettivi non si contano per Zeffirelli e per quest’opera che, chiosa Formigoni, «è dentro la nostra cultura». Annuisce Rutelli, «la Scala vale sempre, 365 giorni all’anno e, quando, poi raggiunge momenti di questa intensità e forza regala al Paese qualcosa che serve la nostra cultura». Riconoscimento di un modello Milano, che ha riportato la Scala al suo splendore, con migliaia di fiori, tappeti rossi e tanta bella gente nel foyer.