Il governo mette le mani sulla Consulta

Le dimissioni del giudice Vaccarella sono state respinte all'unanimità dalla Corte Costituzionale. Ma la Corte accusa il governo: alcuni ministri minacciano la nostra autonomia. <strong><a href="/a.pic1?ID=175055">Cdl all'attacco di Prodi</a></strong>

Roma - Respinte all’unanimità dalla Corte costituzionale le dimissioni di Romano Vaccarella, che ha clamorosamente denunciato le pressioni del governo Prodi sulla Consulta, che a gennaio giudicherà l’ammissibilità dei quesiti referendari per la legge elettorale.
Ci sono volute 3 ore e mezza di camera di consiglio straordinaria, convocata dal presidente Franco Bile, per arrivare alla decisione. Che era prevedibile, ma spinosa per la motivazione, che implica una chiara scelta di campo. In sostanza, con il suo gesto solitario, Vaccarella ha costretto l’Alta corte a prendere una posizione compatta sulle dichiarazioni dei ministri Vannino Chiti, Alfonso Pecoraro Scanio, Clemente Mastella e del sottosegretario Paolo Naccarato, riportate il 26 aprile dal Corriere della Sera. Frasi che presentavano una Consulta orientata a respingere i quesiti, perché «sensibile» agli appelli della politica, se non addirittura «serva del potere esecutivo», come ha scritto lunedì Vaccarella nella sua lettera di dimissioni.

Finora gli altri giudici costituzionali hanno taciuto, forse minimizzato, cercando di dissuadere il quindicesimo dalla sua decisione. Ma ora non possono che schierarsi al suo fianco, difendendo l’indipendenza della Corte, bacchettando duramente chi ha tentato ingerenze e avvertendo che la politica deve fare un passo indietro e lasciare che nel palazzo sul colle del Quirinale le decisioni siano prese solo in base a quello che c’è scritto nella Carta.
«Occorre ribadire - dice la motivazione della delibera - che esponenti di altre istituzioni evitino comportamenti denigratori della Corte» e che «rispettino il suo ruolo di garanzia costituzionale, osservando il principio della divisione dei poteri». Si fa riferimento preciso a frasi attribuite dalla stampa a «esponenti del governo» sulla posizione della Consulta sui quesiti referendari, sottolineando che dalle successive dichiarazioni del premier Romano Prodi si devono considerare «nella sostanza disapprovate dal governo» e che i presidenti della Repubblica, di Camera e Senato hanno difeso l’indipendenza e autonomia dell’Alta corte.

Un altolà che Vaccarella avrebbe voluto all’indomani dell’articolo del Corriere della Sera, seguito dal silenzio imbarazzante del Palazzo e dalla mancanza di smentite degli interessati. «In un Paese serio - ha confidato l’avvocato civilista - ci sarebbero 15 lettere di dimissioni, non solo la mia». E quando ieri sera lo hanno chiamato dalla Consulta per informarlo della decisione e fargli conoscere la motivazione a lungo discussa, il giudice costituzionale non ha voluto ascoltare nessuno. «La leggerò domani, con calma».
La verità è che se prima era amareggiato, ora Vaccarella è infuriato. Infuriato non solo per essere stato lasciato solo in questa battaglia, ma anche perché le sue dimissioni sono state strumentalizzate dal centrosinistra, presentate come una «manovra» in difesa dei quesiti referendari. Insomma, come se proprio la sua fosse un’ingerenza. Pesano le dichiarazioni dei politici della maggioranza, premier in testa, che definiscono «strane» e «assurde» le sue dimissioni, ma anche l’articolo di Repubblica che ieri gli ha messo in bocca la frase: «Qui dentro la Corte tira una brutta aria». L’avrebbe detta per spiegare il terreno fertile per chi è contro i referendum. Secchiate di fango e Vaccarella ha voglia di mandare tutti a quel paese. «Solo idiozie - commenta -, figuriamoci se 9 mesi prima c’è già un orientamento alla Consulta. Non mi risulta niente del genere. Ho denunciato le pressioni politiche, senza mai entrare nel merito della questione. Non sono uno che prende ordini dai politici io, la mia decisione l’ho presa da solo, senza secondi fini».

Ufficialmente smentisce «nel modo più categorico di aver mai espresso valutazioni di alcun genere sul merito della questione dell’ammissibilità o inammissibilità del referendum elettorale e di aver parlato con “amici” o “nemici”, di “terreno fertile” o di “clima” interno alla Corte». Le sue dimissioni, dunque, «non hanno nulla che vedere con opinioni “tecniche” espresse da chicchessia sull’ammissibilità o inammissibilità del referendum». Sono, invece, la protesta di fronte a pressioni che vogliono una Corte asservita al potere.