Governo miope e vorace: così il turismo ha fatto flop

Carlo Cambi*

Si è aperta a Milano, la Bit, Borsa italiana del turismo. Se fossimo un Paese normale, consapevole dell’articolazione della sua economia, questa Fiera sarebbe considerata tra le più importanti. Il turismo in Italia vale (dati 2005) 11,6 punti di Pil, dà lavoro a 1,2 milioni di persone, produce un giro d’affari per 164 miliardi di euro. Ormai però la politica turistica in Italia è un perenne effetto annuncio, uno spottone con corredo di vacanze gratis per una pletora di politici e funzionari e nulla più. Il più clamoroso è il Portale Italia. Uno scherzetto da 5 milioni di euro che ha prodotto il vuoto pneumatico, mentre doveva essere la risposta italiana alla concorrenza di Paesi come la Francia, la Spagna e perfino la Turchia che affidano da anni a internet buona parte della loro commercializzazione. Il fatto è che l’organizzazione del sistema turistico in Italia è quanto di più sgangherato, farraginoso e approssimativo si possa immaginare. I motivi? Il turismo non piace alla triplice sindacale perché non aggrega grandi masse di lavoratori, non è un serbatoio di tessere e di potere e quindi è figlio di un Dio minore; non esiste una spesa centralizzata e controllata per la promozione; il turismo in Italia è fatto dagli italiani, e in questi tempi di Quaresima chi ha voglia di svelare che grazie alla Finanziaria agli italiani non è rimasto un euro?
Non c’è uno solo atto compiuto da questo governo che indichi la volontà di puntare sul turismo, dal provvedimento-Tafazzi della tassa di soggiorno, all’ultimo annunciato rincaro dei biglietti del treno, dalla tragicommedia Alitalia al caro-Autostrade.
Ma ciò che molto rivela è che nessuno dei soliti economisti di fila si preoccupa del flop della stagione invernale e della perdita di competitività del sistema Italia sotto il profilo turistico. Ci dicono che serve innovazione tecnologica e lasciano deperire il patrimonio artistico nazionale, ci raccontano che le tasse servono a pagare il debito pubblico e plaudono alla performance della produzione industriale dimenticando tre cose fondamentali: che i consumi interni sono depressi, che il fisco pesa troppo, che il costo del sistema Paese sulle imprese è troppo alto. Tra i consumi quelli turistici sono i più sensibili agli andamenti economici generali: a comprimerli sono le tasse, sono la burocrazia, l’arretratezza infrastrutturale del Paese e un sistema dei trasporti al collasso. Tutto questo mentre l’Istat spiega che l’inflazione reale ha impoverito le famiglie.
Queste sono le reali condizioni in cui si apre la Bit: i principali clienti sono proprio gli italiani che sotto forma di tasse pagano le spese di chi cerca di convincerli ad andare in vacanza senza che il Palazzo lasci loro un euro in tasca per potersi fare un viaggio.
*Docente di Teorie e politica
del Turismo
all’Università di Macerata