«Il governo prepara una trappola sul Tfr»

Hanno sfruttato la nostra riforma che incentiva i fondi integrativi, ma poi potrebbero tornare alla norma Visco

da Roma

Alberto Brambilla vede uno scenario tipo «tonnara»: prima il governo attira i lavoratori nei fondi pensione allettandoli con il trattamento fiscale vantaggioso voluto dal precedente esecutivo poi, quando molti avranno fatto la scelta irreversibile di conferire il trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare, verranno eliminate le agevolazioni. Nulla di deciso per il momento. Ma dei segnali ci sono. E l’ex sottosegretario leghista al Welfare, esperto di previdenza dell’esecutivo Berlusconi chiede di fare chiarezza. «Il governo deve spiegare cosa vuole fare. Ma lo deve dire ora».
Cosa le fa pensare che stiano preparando una trappola di questo tipo?
«Quando noi abbiamo fatto questa riforma siamo partiti da due concetti: libertà di scelta per il lavoratore e poi incentivi seri. Perché non bisogna mai scordare che se un lavoratore aderisce ai fondi fa un favore allo Stato, visto che gli evita di dover affrontare un problema in futuro».
E poi cosa è successo? Non è vero che l’impianto della riforma del centrodestra è stato sostanzialmente mantenuto?
«Succede che nel programma di governo del centrosinistra e soprattutto dal dibattito del vertice di Caserta è emerso che bisogna limitare questa eccessiva liberalizzazione e ritornare anche per i fondi alla vecchia tassazione progressiva perché secondo l’Unione la normativa varata da noi dà vantaggi eccessivi e favorisce l’evasione fiscale. Ho fatto due più due e ho deciso di lanciare l’allarme: temo che vogliano tornare alla normativa Visco del 2000, anche se in questo momento non ne parlano. Temo che aspettino i prossimi mesi e poi, quando tutti i lavoratori saranno entrati nella tonnara, tornino al vecchio regime fiscale per i fondi pensione, prendendo in giro milioni di persone».
Sarebbe così grave tornare al precedente trattamento fiscale dei fondi?
«Io ho scritto la legge, tutte le direttive e la parte fiscale con il placet dei due ministri vigilanti che erano Maroni e Tremonti. Una delle leggi più libertarie d'Europa. Oggi leggo i documenti e sento interventi che mi fanno pensare ad una trappola. Se succederà sarà dimostrata la disonestà del centrosinistra. I governi di solito cadono per molto meno».
Che cosa comporterebbe il ritorno al vecchio regime?
«Con la riforma decidemmo di far passare la tassazione sulla parte imponibile della prestazione da previdenza complementare al 15 per cento fino a un minimo del 9 per cento creando i presupposti per una fortissima incentivazione. Con la Visco non c’erano vantaggi fiscali, il guadagno dei fondi veniva tassato come stipendio, veniva sottoposto a tassazione progressiva. E la differenza è enorme. Poi la vecchia legge conteneva una freccia avvelenata cioè il fatto che il reddito da previdenza complementare veniva inglobato nei redditi complessivi del soggetto. Ci vuole poco a capire cosa significhi in un Paese come il nostro dove tutto è rapportato al reddito lordo, dalla retta della scuola ai ticket fino all’iscrizione all’università. Insomma ritornare alla Visco significherebbe penalizzare gli onesti che pagano le tasse fino all’ultima lira».
Senza vantaggi i lavoratori non comincerebbero a snobbare i fondi?
«Gli autonomi potrebbero decidere di non versare niente. Ma una parte consistente dei lavoratori dipendenti potrebbe avere già fatto la scelta che è irreversibile. Il rischio è proprio quello che da quel momento in poi nessuno entri più nei fondi per paura delle bugie del governo».