Governo Prodi, i «no» costati 4,3 miliardi

da Roma

La politica dei veti ha un costo. E il governo ha fatto un calcolo preciso di quanto ammonta quello per i «no» alle infrastrutture nella passata legislatura. Un danno «solo da contenzioso stimabile in 4.300 milioni», riporta l’allegato alle infrastrutture al Dpef, arrivato ieri in Parlamento. Cifra che si ricava dallo split in due del ministero Infrastrutture e Trasporti insieme a «un grave blocco su una serie di interventi chiave per la infrastrutturazione organica del paese».
Il documento elenca la lunga lista delle opere compromesse: realizzazione dell’asse ferroviario torino-lione per il quale «si sono poste le basi sia per allungare di quattro anni i tempi dell’approvazione progettuale sia per far esplodere i costi (oltre 2 miliardi in più è la soluzione alternativa)»; realizzazione del terzo valico dei Giovi, dell’asse ferroviario Milano-Verona, dell’asse ferroviario Verona-Padova, dell’asse autostradale Brebemi (Brescia, Bergamo, Milano) e della tangenziale est del capoluogo lombardo, dell’asse autostradale Cecina-Civitavecchia, dell’asse autostradale Roma-Formia, e del ponte sullo stretto. Su quest’ultimo, si legge nel documento, «oggi dobbiamo effettuare una vera due diligence per verificare le necessarie rivisitazioni alla convenzione, la rilettura dei valori dell’offerta».
Per fare ripartire il vecchio piano decennale per le grandi opere strategiche ci vogliono 180 miliardi di euro, stima il Dpef. Di questi sono già acquisiti 56 miliardi. Restano quindi da trovare altri 124 miliardi attraverso sinergie pubblico-privato.