Il governo Prodi: paradiso degli onorevoli Trombetta

Caro Paolo, narrano le storie che nel 1924 il presidente del Messico Alvaro Obregon, oramai prossimo al termine del proprio mandato, dovendo scegliere quale tra i due possibili successori appoggiare, optando per Plutarco Elias Calles, si sia giustificato nei confronti di Adolfo de la Huerta dicendogli: «Vedi, Plutarco ed io non abbiamo né arte né parte e se non facessimo politica moriremmo di fame. Tu, invece, sai cantare e suonare...», e in effetti, dopo, in esilio negli Usa, de la Huerta se la cavò insegnando canto e musica. Il lontano ma illuminante episodio mi è tornato alla mente assistendo all’ignobile sceneggiata messa in atto ancora una volta – i precedenti governi erano di pochissimo da meno! - da centinaia (almeno quattro, infatti, i candidati per ciascuno dei posti in palio) di «senza nome» per arrivare a ottenere nientemeno che un sottosegretariato. Questa gente sa suonare e cantare o, come Obregon e Calles, se non trovasse un incarico politico farebbe la fame? E, tutto ciò a parte - si trattasse in verità di un ego di vaste proporzioni da soddisfare o ritenessero questi benemeriti doveroso «servire il Paese» - cosa mai vorrà dire fare il sottosegretario? Quale soddisfazione se ne può ricavare se l’enorme maggioranza dei cittadini neppure conosce il nome dei ministri? Quale mai servizio si potrà compiere? Hanno costoro dimenticato come e in qual modo il «principe della risata» ebbe a trattare l’onorevole Trombetta nell’immortale scenetta ambientata in un vagone letto in «Totò a colori»? Se così fosse, bene faremmo a ripetere a ciascuno di loro un sonorissimo: «Ma mi faccia il piacere!»


No, no, quella è tutta gente che volendo andare per ristoranti con la chitarra in mano, qualche euro lo tira su. Però vuoi mettere, o mio candido Mauro, il potere e le sue insegne? Mica il potere di fare (che non hanno e che comunque anche avendolo non metterebbero a profitto: troppa fatica, troppi pensieri, troppe carte da leggere, troppo dispendio di materia grigia che quando è poca, quando è ridotta a un nocciolo di ciliegia, va preservata sennò si sciupa). Qui si parla del potere tutto formale, con le sue pompe, le sue auto blu, le sue scorte, i suoi nastri da tagliare; le scolaresche che nella piazza di Matera fanno ala all’eccellenza; il discorso in Prefettura; il vecchio maestro che si complimenta: «Diavolo, ne hai fatta di strada!», poi, mollando uno scappellotto: «Ma per me rimani sempre il testone che eri alle medie»; la poltrona riservata al Festival di Giffuni; il «tavolo» con la delegazione del Botswana; il convegno di Fiuggi sullo sviluppo consapevole, equo e solidale; il dibattito alla tivvù locale sulla opportunità di mettere in cantiere un centro polifunzionale («Il governo del quale mi onoro di far parte…»). E poi l’ufficio col ficus benjamin, il tappeto simil Bukara e le poltrone in pelle, l’accesso a quel supercentralino chiamato in gergo «Batteria» («Caro, cercami un po’ l’onorevole Pisicchio, che a chillo se non me lo trovate voi chi lo trova!»); le segretarie, la mazzetta dei giornali, i clientes che giungono dal paese portando in dono caciocavalli, fave fresche e ogni altro «prodotto (mangereccio) del territorio»; la telefonata al sindaco («Carissimo, è qui davanti a me Peppino Scarrafoni, la sua pratica mi sta particolarmente a cuore e te la sollecito caldamente, che poi io parlo a chi sai tu di quella cosa tua…»); l’occasionale incontro nei corridoi col ministro («Ah, giusto te, capo! Che dici? Faccio mettere a punto il progetto di fattibilità per il sottopasso a Soveria Mannelli, così poi te lo sottopongo?». E il ministro al portaborse: «Ma quello, chi è?»); le confidenze in trattoria («Ho visto Prodi che saliva in ascensore e mi è sembrato un po’ teso… eh, tutto quel lavoro… Ma il governo tiene, tiene, hai voglia se tiene…»). È il paradiso, caro Mauro, il paradiso dei Trombetta. La force de frappe del Trombone capo.
Paolo Granzotto