Il governo promuove le mostre del br ergastolano

Gian Marco Chiocci

Una doppia carriera. La prima nel segno della stella a cinque punte, con il nucleo storico delle Brigate rosse. La seconda, quasi un contrappasso, a raccontare il mondo attraverso la metafora dell’arte. La vita di Domenico Giglio, casertano 55enne, è divisa tra gli anni passati dietro le sbarre e quelli davanti a una tela. Ora fa l’artista, e il ministero degli Esteri ha scelto un suo progetto, «Sagome 547», per promuovere l’immagine dell’arte italiana contemporanea nel mondo.
La mostra, organizzata con l’associazione culturale «Horti Lamiani-Bettivò», è stata inaugurata in grande stile proprio alla Farnesina lo scorso 20 gennaio, nella Sala dei Mappamondi. E per il lavoro dell’ex brigatista si è speso in prima persona il viceministro con delega per gli Italiani nel mondo, Franco Danieli della Margherita. L’opera, ispirata ai 547 bambini che muoiono ogni giorno per le guerre, secondo Danieli ha «uno straordinario impatto visivo ed emotivo». Fin qui le valutazioni «artistiche» dell’ex bierre. Per quelle «politiche» ci pensa con un’interrogazione parlamentare il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi, intenzionato a chiarire quanto siano stati retribuiti l’associazione culturale e Domenico Giglio, quanto costi il tour mondiale della mostra, e come siano strutturati i rapporti tra il Mae e lo stesso Giglio. Il deputato azzurro chiede infatti di sapere «se il viceministro Franco Danieli ha nominato nel suo staff o come consulente della Rete degli Istituti italiani di cultura all’estero o a qualunque altro titolo Domenico Giglio, terrorista rosso, pluriomicida, condannato all’ergastolo». Il dubbio del parlamentare non riguarda solo l’opportunità che la Farnesina sponsorizzi il «nome» del pittore ex Br, ma l’eventuale coinvolgimento di Giglio nel lavoro dei nostri istituti di cultura, con l’assegnazione di un incarico esterno. Una questione di «opportunità», ribadisce il coordinatore azzurro, riferendosi al ricco curriculum eversivo di Giglio. Primi trascorsi nella criminalità comune, poi in carcere sul finire degli anni ’70 come componente del nucleo storico delle Br, si rese protagonista di memorabili e spesso cruente rivolte carcerarie (a Nuoro, Trani e Termini Imerese) nel corso delle quali vennero ammazzati detenuti comuni. Secondo la Cassazione, Giglio era un membro di spicco delle «Brigate Kampo», formazione carceraria composta da detenuti comuni e brigatisti (tra questi Ognibene, Franceschini e Ricciardi) che nell’81 studiò un piano di evasione di massa dal penitenziario nuorese di Badu e Carrus. Compagno di cella di Toni Negri, tornò in libertà nel ’97, dopo aver scontato 22 anni di carcere, grazie all’indulto. Scomparso dalle cronache giudiziarie, Giglio riappare in quelle culturali. Nel 2002 cura la mostra «Inchiostro indelebile: impronte a regola d’arte», raccogliendo le impronte digitali di decine di vip. Il progetto nel 2004 è ospitato dal museo comunale romano Macro-Ex mattatoio dove, coincidenza, è curatrice l’ex brigatista Claudia Gioia, come scritto ieri dal Giornale (sulla vicenda il senatore Domenico Gramazio di An ha presentato un’interpellanza ai ministri dell’Interno e dei Beni culturali).
Dalla sede dell’associazione «Horti Lamiani-Bettivò», il vicepresidente Ennio Crea conferma al Giornale il passato di Domenico Giglio ma nega legami istituzionali. «Esponiamo i suoi quadri da anni, ha voltato pagina col passato e vuole solo rifarsi una vita lontano dai riflettori. Non è più quello di prima, e lo ha dimostrato lavorando sodo in questo campo. L’idea del progetto “Sagome 547” è sua, ma siamo noi che lo abbiamo proposto alla Farnesina. Lui, proprio per opportunità, non ha voluto nemmeno essere presente al vernissage. L’ultima cosa che chiede è pubblicità». Che però il ministero gli ha già dato. Come ha spiegato alla «prima» il responsabile Promozione e cooperazione culturale, Gherardo La Francesca: «Come italiano siamo stimati per il nostro patrimonio storico, ma ora dobbiamo anche far conoscere all’estero i nostri artisti contemporanei». A prescindere dalla loro fedina.
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