Governo, la rabbia del PdlLe elezioni non sono più tabù

Il partito scalpita dopo le uscite di Monti contro Berlusconi. Le liberalizzazioni il primo test per la tenuta dell’esecutivo: "Vanno fatte tutte subito"

Roma - Prima la sortita polemica di Monti del 16 dicembre scorso, in occasione del dibattito sulla fiducia, sul suo non essere «disperato». Poi la battuta del Professore sulle «mani in tasca agli italiani», con la quale ha parafrasato un classico slogan di Silvio Berlusconi. Stilettate o punture di spillo che fanno salire il termometro del malcontento nel Pdl e aumentano i mal di pancia dalle parti di Via dell’Umiltà. Tanto che alcuni dirigenti raccontano che lo stesso Silvio Berlusconi mostri segni di insofferenza sempre più evidenti e sia tornato a pronunciare la parola «elezioni» nei colloqui con i suoi più stretti collaboratori. Insomma, nei rapporti con Monti è decisamente calato il grande freddo. E la cena di lavoro che andrà in scena questa sera a Palazzo Grazioli tra il presidente del partito, il segretario Angelino Alfano e i massimi rappresentanti dei gruppi - Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e Massimo Corsaro - servirà a definire il perimetro entro il quale dovrà muoversi il governo Monti e a definire una precisa strategia del Pdl.

L’appuntamento serale sarà, però, il culmine di una lunga giornata di consultazioni, una vera maratona che attende Alfano, di nuovo operativo dopo la sosta natalizia. Il segretario del Pdl dovrà coordinare quattro tavoli di lavoro e definire una posizione unitaria in vista delle riforme che saranno centrali in Parlamento fino al termine della legislatura. Gli argomenti su cui si cercherà di trovare la quadra sono: legge elettorale, liberalizzazioni, mercato del lavoro e rapporti con l’Europa. Su questo «ordine del giorno», Alfano ha già iniziato a ragionare prima delle vacanze, costituendo dei gruppi ad hoc per ciascuna materia.

Ieri il segretario si è confrontato telefonicamente con Silvio Berlusconi e con lui ha concordato sul fatto che sarà la trattativa sulle liberalizzazioni lo snodo decisivo per capire le possibilità di sopravvivenza del governo Monti. Il timore è che la promessa del ministro Passera di una sorta di calendario delle liberalizzazioni spalmato nel tempo, equivalga all’intenzione di voler creare una gerarchia dei settori da toccare. «Il rischio» dicono nel Pdl «è che la montagna partorisca il topolino e si finisca per intervenire solo su taxi, farmacie e ordini professionali evitando di mettere in difficoltà la Cgil e il Pd sulle vere liberalizzazioni: quelle dei servizi pubblici locali».

In questo senso sono quantomai chiare le parole di Gaetano Quagliariello. «Noi parlavamo di liberalizzazioni quando gli altri parlavano ancora di dittatura del proletariato. Le liberalizzazioni servono se il contribuente ne trarrà un vantaggio effettivo. Se si tratta di spostare una confezione di supposte dalla farmacia alla corsia di una Coop, questo non serve. Sì a liberalizzazioni ampie ma no a vendetta contro alcune categorie». Il «no» alla strategia degli «interventi a rate» viene messo nero su bianco anche da Guido Crosetto. «Passera si sveglia e propone una liberalizzazione al mese parafrasando il vecchio detto su una mela al giorno. Le liberalizzazioni o si fanno o non si fanno» dice Crosetto. «Diluirle è assurdo perché significa riservarsi ogni mese uno scontro con una categoria diversa per anni».

E mentre sulla legge elettorale le preferenze sembrano orientarsi al sistema spagnolo, l’altro fronte caldo è il credito alle imprese. Maurizio Lupi ha lavorato ieri a una interrogazione a risposta immediata con la quale tutto il Pdl chiede conto del prestito da 400 miliardi concesso dalla Bce alle banche europee. Un «tesoretto» dal quale gli istituti italiani hanno attinto circa 115 miliardi. Una liquidità enorme rimasta chiusa nei forzieri invece di affluire verso le piccole e medie imprese.