Il governo regionale? Un vero «campione» di immobilismo

Federica Rogai

Più che un’invincibile armata sembra l’armata Brancaleone. Si presenta così la Regione Lazio guidata da Piero Marrazzo. Forte, per modo di dire, di 11 partiti di maggioranza, uno dei quali si fregia anche del suo nome, (La Lista Marrazzo), 44 consiglieri, 17 commissioni permanenti, sei commissioni speciali, il giornalista prestato alla politica fa rimpiangere i tempi di Badaloni, e guardare con nostalgia il protagonismo regionale dell’ex governatore Storace. E il resoconto del primo anno di governo non è certo positivo, al di là delle scaramucce interne che, per usare un’espressione cara alla sinistra, è «dialettica all’interno della coalizione». Più utile sarà invece dare un’occhiata ai quattro fascicoli distribuiti dall’ufficio legislativo della Pisana a tutti i gruppi politici per avere davvero la certezza di ciò che è stato fatto. Anzi di ciò che non è stato fatto. La dura legge dei numeri denuncia la totale paralisi del governo guidato dall’ex «difensore civico» catodico di Rai Tre. I 400 giorni targati Marrazzo hanno prodotto soltanto nove leggi, cinque delle quali atti dovuti, ovvero Leggi di bilancio, finanziarie, esercizi provvisori e assestamenti di bilancio. Ne restano quattro: due sono state leggi di modifica, una ha riguardato i distretti rurali, l’ultima disciplina gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di Diritto pubblico non trasformati in fondazioni. Il suo destino? Pubblicata sul Bollettino, ora giace presso la Corte costituzionale perché il governo l’ha impugnata. Non solo: delle «magnifiche» nove, otto sono state elaborate dalla giunta e soltanto una dalla giunta in sinergia con il consiglio regionale. In questa «prolifica» produzione legislativa, il consiglio regionale, in circa trenta sedute, non ha partorito una legge concepita nelle commissioni. Già le commissioni: la più produttiva è quella sulla Sanità con 29 provvedimenti soltanto due dei quali diventati legge. Anche la commissione Urbanistica ha licenziato due leggi che in realtà sono due modifiche a una precedente normativa. Insomma, per comprendere il riformismo, almeno nei numeri, della giunta Marrazzo bastano e avanzano le dita di una mano. E dire che le commissioni si sono riunite ben 238 volte e hanno fatto 61 audizioni. Un quadro più spietato arriva dall’analisi delle proposte di legge: su 141 disegni presentati ben 90 non hanno ancora cominciato l’iter. Stanno lì in attesa di giudizio. Le proposte restanti? Molte sono state ritirate, altre sospese, altre ancora appena esaminate. In tutto questo il consiglio regionale non ha mai legiferato motu proprio. E dire che di idee i consiglieri del centrosinistra ne hanno eccome! A fare la parte del leone, i Ds che, con un vicepresidente, 5 assessori, 13 consiglieri regionali di cui 8 presidenti di commissioni, sono i più produttivi, almeno sulla carta, con ben 17 proposte di legge. Il gruppo più parsimonioso «La lista Marrazzo» con una sola proposta di legge su interventi in favore delle famiglie per la libertà di scelta educativa. L’iter in commissione? Neppure iniziato. Ma a che serve: la lista (poco) civica esprime sia il presidente della giunta, sia quello del consiglio. E questo evidentemente le basta. Qualcuno obietta: un eccesso di legiferazione non è sempre indice di buongoverno. Giusta affermazione se almeno il centrosinistra si cimentasse in atti di semplificazione normativa come i Testi Unici, considerati da tutti - giuristi, imprenditori, forze sociali e cittadini - la panacea per sopravvivere alla giungla legislativa. Questa panacea è, evidentemente, indigesta a Marrazzo&Co, perché in consiglio non v’è traccia: non c’è nessun progetto di legge testo alla elaborazione di Testi Unici. Di fronte a questo collasso, il capogruppo dei Ds Parroncini vorrebbe agire. Con la flemma che gli è tipica ha chiesto la diminuzione del numero delle commissioni. Gli rispondono, sempre dalla stessa maggioranza come spesso avviene, «ma no, diminuiamo gli assessori». Osserva un dipendente che di politici ne ha visti passare molti: «Facciano un po’ come vogliono: ma facciano qualcosa».