Il governo ricorre contro le leggi anti nucleare di tre Regioni

Roma Prima erano i Cpt, i centri di accoglienza per gli immigrati, adesso le centrali nucleari. Nessuno le vuole, non almeno in casa propria. L’elenco dei nuovi siti ancora non è ufficiale, ma le Regioni da mesi iniziano a mettere le mani avanti: non nel nostro territorio, dicono, gli impianti stiano lontani di qua. In particolare Regioni di colore politico opposto alla maggioranza di governo. Tre consigli regionali, Puglia, Campania e Basilicata, hanno deciso addirittura per legge che nessuna centrale potrà essere costruita sul loro suolo. Le azioni di ribellione sono state proposte e approvate in rapida sequenza nelle ultime tre settimane.
Ieri la risposta da Roma: il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare immediatamente tutte e tre le leggi anti-atomo davanti alla Consulta.
Un’iniziativa «necessaria per questioni di diritto e di merito», chiarisce il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. La decisione è sua, d’intesa con il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto. E apre, com’era prevedibile, uno scontro politico su due binari: suscita proclami di «disobbedienza» locale, come nel caso del lanciatissimo presidente uscente della Puglia Nichi Vendola, e scatena tutta l’opposizione nei palazzi del Parlamento, Pd e Italia dei valori. Anche se, nemmeno due anni fa, come predecessore di Scajola al ministero dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani diceva: «Sarà possibile ridiscutere della presenza del nucleare anche in Italia».
Ma adesso dal Partito democratico si contesta il metodo del governo: il decreto legislativo all’esame delle Camere «esclude di fatto dalle decisioni sui siti sia i cittadini che gli enti locali».
È Antonio di Pietro però a giocare d’anticipo, addirittura sui mesti Verdi, da due anni fuori dal Parlamento. Ventitrè anni dopo il referendum ’87, il leader dell’Idv si candida a promotore di una nuova consultazione plebiscitaria: «L’Italia dei valori darà inizio oggi in occasione del Congresso alla raccolta delle firme contro il nucleare».
Le tre leggi regionali che vietano impianti nucleari sono contestabili, a parere di Scajola, sul piano del diritto, perché «intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente della sicurezza interna e della concorrenza». Inoltre non impugnare i tre provvedimenti «avrebbe costituito un precedente pericoloso, perché si potrebbe indurre altre Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione d’infrastrutture necessarie per il Paese».