Un governo salvato dall’inerzia

C’è, si può dire, quasi unanimità di giudizio sul futuro del governo Prodi: è alla fine. Quanto potrà durare? Qualche mese, forse fino alla Finanziaria, in settembre-ottobre. Fare previsioni temporali serve a poco; qualunque sia la sua durata, fosse anche di un anno o più, quest’esecutivo è ormai un lemure, uno spirito vagante, senza vita attiva.
Quali sono, del resto, i segni della sua esistenza? Non riesce a prendere una decisione, non ne ha presa fin qui una sola seria. Vivacchia tra contraddizioni, velleità, frantumazioni interne. Inutilmente taluni ministri si industriano con buona volontà di dare dimostrazione di vitalità con proposte più o meno consistenti (le liberalizzazioni per esempio), che però o abortiscono subito o perdono pezzi per strada per le eccezioni degli stessi soci di maggioranza, i quali, si direbbe, stanno al governo solo per esercitare un potere ideologico.
Il solo a non mollare con ostinazione, interessata e persino stupefacente, è Prodi, che le inventa tutte per assicurarsi la sopravvivenza: qualche viaggio all’estero (ora è in Israele), trattative (quasi sempre inconcludenti), l’esibizione di uno sconcertante decisionismo parolaio (come nel caso delle pensioni, dove per prendere tempo afferma con insolita risolutezza: «Me ne occupo e decido io»), insomma dribblando come può su tutto.
L’immagine più appropriata per questo governo è quella di un vascello senza motore in balìa dei venti, con un equipaggio in vena di ammutinamento e un capitano senza autorità che cerca di assecondare i ricatti dei sediziosi. È paradigmatica la pantomima tra il premier e i suoi alleati dell’estrema sinistra: questi sperano che il premier prenda decisioni che non li costringa ad aprire la crisi e a finire nel nulla, il premier si affida ai contestatori, ben sapendo che gli altri soci (D’Alema, Fassino, Rutelli, e non pochi altri) non vedono l’ora di liberarsene.
Alle viste, tra l’altro, sono atti di diserzione (ragionati e giustificati, in verità). Il presidente stesso del Senato, Marini, non esita a pronosticare un naufragio. Non pochi considerano ormai Prodi moribondo: Dini, tra gli altri, e persino Mastella, che pure è ministro. Forse non basteranno più le ciambelle di salvataggio dei senatori a vita. Quanto potrà resistere dunque il governo? Forse si avvantaggerà della parentesi estiva. E, naturalmente, potrà tenerlo ancora al sicuro la totale inazione.
Dal Quirinale, è chiaro, si osserva con attenzione tutta questa incredibile sceneggiata. Per ora dal Colle viene solo silenzio. Un tempo a situazioni del genere si rimediava con governi balneari, dai quali si rifugge per non ammettere che la seconda Repubblica è ben peggiore della prima. Nel frattempo si è posto sulla linea dell’orizzonte quell’illusionista di Veltroni, che si diverte a promettere la luna nel pozzo. Per taluni rimane l’incredibile speranza di larghe intese, improbabilissime, però, anche se con una classe politica sgangherata come la nostra nulla è da escludere (Casini, per esempio, va dicendo che se Veltroni molla la sinistra ci si può ragionare; ma vacci a capire come).
Il lettore certamente si chiederà a questo punto che cosa vogliono dire il nostro pessimismo e scetticismo. È molto semplice: per la politica italiana non servono più aggiustamenti o compromessi, occorre una trasformazione radicale. Va riprogettato il sistema politico. Se è vero quel che lo stesso D’Alema ha detto in una recente intervista a tutto campo su Pol.Is., e cioè che il sistema italiano è talmente fragile da avere raggiunto «livelli allarmanti», occorrono rimedi forti.
Non si va lontano senza riforme istituzionali che portino ad un sistema che permetta di decidere, che ridia autorità allo Stato, che riconquisti la fiducia dei cittadini, che riscopra quei valori sui quali si regge una società ispirata alla giustizia, alla equità e al garantismo. Vanno cambiate le regole: quelle elettorali, parlamentari e costituzionali. Non esistono scorciatoie. Fuori di questo passaggio c’è di sicuro il disastro. E questo è un discorso che riguarda tutti, maggioranza e opposizione. Ne riparleremo.