Il governo si fa partito

La Quercia e la Margherita sono giunte alla vigilia dei rispettivi congressi fra le polemiche sui pantheon e sulla leadership e nell'ansia provocata da quel 23% impietosamente attribuito al Partito democratico. Ora, spentisi i cori sulle «magnifiche sorti e progressive» dell'impresa che avrebbe dovuto rimodellare il bipolarismo, l'attesa si è ulteriormente ridotta, si fa la conta dei pezzi che saranno persi per strada. Cominciano i Ds e Fabio Mussi ha già preparato la sceneggiatura della scissione annunciata. Parlerà alla tribuna e poi i delegati della sua mozione usciranno dalla sala per dare visibilità all'abbandono.
Ancora una volta, dopo anni di incertezze e di divisioni - la parola forbita è «transizione» - finisce con il prevalere nella sinistra l'eterna logica della separazione. In attesa di verificare quel che accadrà nella Margherita, dove domina lo stile più ovattato ereditato dalla storia dc, è già chiaro che la grande famiglia si sta ulteriormente scomponendo. Si annunciano nuovi nuclei, ma anch'essi - i democratici, gli antagonisti e ora i neo-socialisti - appaiono già in partenza divisi in tanti frammenti.
Lo scenario non è segnato dall'inizio di avventure future, quanto piuttosto dal logoramento di quelle in corso e, soprattutto, dall'invecchiamento delle leadership. E se tutti sanno che il Partito democratico si farà, nessuno è in grado di dire esattamente cosa sarà. Con il paradosso che i più critici sono alcuni dei suoi più importanti animatori. Con la diatriba su chi dovrà esserne la guida. Con tutte le preoccupazioni sui riflessi negativi che potrebbero scaricarsi su un governo già in difficoltà.
Parlando del divario fra le attese e la povertà dell'epilogo, il professor Augusto Barbera, che è uno dei dimenticati fondatori del bipolarismo italiano, ha dato due spiegazioni ovvie e condivisibili. La prima riguarda il tempo che si è perso, se si pensa che l'idea dell'Ulivo risale a ben undici anni fa. La seconda è egualmente giusta, riguarda «una difficoltà del governo che non gode recentemente di molta popolarità», ma è incompleta.
Incompleta perché il senso del Pd è stato capovolto. Un progetto nato per assicurare l'alternanza si è trasformato nel fenomeno di un governo che non riesce a governare e che cerca di farlo trasformandosi in un partito. È solo un potere, o un pezzo di potere, che cerca di ritrovare il fascino smarrito nel breve giro di un anno.
Se è chiara e trasparente la ragione per la quale Mussi se ne va - resta affezionato alla parola socialismo - è invece molto meno trasparente la discussione sulla leadership. Quando ci si chiede quali siano oggi i disaccordi tra Prodi, D'Alema, Rutelli, Fassino, Veltroni e tutti gli altri è difficile cercare una risposta. L'unica trovata è che a guidare l'impresa deve essere il presidente del Consiglio, perché altrimenti si aprirebbe una fase di instabilità. In altre parole è solo la costruzione a freddo del partito di Palazzo Chigi. In barba alla retorica sul «popolo delle primarie» e sulla sinistra che rappresenta la società. Non è l'elaborazione politica a plasmare l'azione di governo, ma il contrario. È solo il potere alla ricerca di una nuova sigla.
Renzo Foa