Il governo si rimangia la tassa di soggiorno

Domenici (Anci): dovremo aumentare l’addizionale sul reddito

Gian Battista Bozzo

da Roma

Ha avuto vita brevissima, tre giorni e qualche ora, l’emendamento alla Finanziaria con il quale veniva istituita la tassa di soggiorno. Presentato venerdì, l’emendamento è «saltato» ieri con il voto unanime di maggioranza e opposizione. La levata di scudi dell’intero settore del turismo contro una pericolosissima gabella ha indotto il governo al dietrofront. Così, con il parere favorevole dell’esecutivo - espresso dal ministro Vannino Chiti - i deputati di centrodestra e centrosinistra hanno approvato insieme gli emendamenti della Casa delle libertà che prevedevano l’abolizione dell’imposta.
Niente più tassa di soggiorno, dunque. Il governo aveva previsto questa sorta di ticket, fra i 2 e i 5 euro al giorno a seconda dell’importanza della città, a carico del turista e a favore delle sempre esangui casse comunali. Albergatori e titolari di pensioni e camping sarebbero stati gli «esattori». Ai Comuni sarebbero finiti da un minimo di 700 milioni di euro a un massimo di 1 miliardo e 700 milioni l’anno. Ma l’intero settore turistico - albergatori, agenzie di viaggio, e così via - ha alzato le barricate, affermando che la tassa avrebbe potuto dare un colpo durissimo a uno dei pochi comparti che ancora «regge». Romano Prodi ha ceduto senza resistere, accontentando gli operatori ma deludendo i suoi «amici» sindaci, da Walter Veltroni al torinese Sergio Chiamparino, al fiorentino Leonardo Domenici. «Sono contenta della soppressione, che ci avrebbe danneggiato», dice invece il sindaco di Bari, Adriana Poli Bortone.
Domenici, che è anche presidente dell’Anci (l’Associazione dei comuni italiani), ora afferma apertamente che il governo ha sbagliato a ritirare la tassa: «Il comportamento del governo è stato dannoso e incomprensibile: ora molti Comuni - prevede Domenici - non avranno alternative all’aumento dell’addizionale Irpef, che ricade soltanto sui residenti, che con la loro fiscalità pagano i servizi anche a chi viene da fuori». Veltroni, che aveva personalmente salutato con favore la tassa di soggiorno venerdì scorso, affida la replica all’assessore capitolino al Bilancio: «A questo punto - dice Marco Causi - ci aspettiamo dal governo proposte per convogliare sulle città d’arte altre risorse adeguate». Le entrate potrebbero essere sostituite, in parte, dalla creazione di un Fondo per la mobilità, a favore dei Comuni a vocazione turistica e delle città d’arte con problemi ambientali. Se ne parlerà l’anno prossimo, dice il relatore della Finanziaria, il diessino Michele Ventura.
«È stato evitato un grosso errore», commenta a caldo Luca di Montezemolo. Il ritiro della tassa di soggiorno, aggiunge il presidente della Confindustria, «viene incontro alle forti perplessità sollevate dagli operatori turistici. Ora - dice ancora Montezemolo - bisogna continuare su questa strada, riaprendo con decisione il capitolo delle liberalizzazioni». Soddisfatti il presidente della Confcommercio Carlo Sangalli, della Federalberghi Barnabò Bocca, della Federturismo Jannotti Pecci, della Fiavet Giuseppe Cassarà, e i rappresentanti dell’intero comparto turismo. «La protesta compatta del settore ha pagato», dicono. E tutti sperano che il governo cambi rotta anche su altre norme fiscali.
La decisione unanime della Camera sull’abolizione della «tassa sul turista» ha, com’era prevedibile, molti padri e molte madri. «Siamo stati i primi a criticarla», sostiene il capogruppo di Rifondazione Gennaro Migliore. È tuttavia ovvio che la medaglia va appuntata sul petto dell’opposizione. «Abbiamo ottenuto la cancellazione della tassa di soggiorno e l’esenzione per i redditi più bassi della addizionale di scopo concessa ai Comuni» attraverso l’Ici, afferma Michele Vietti dell’Udc. Ignazio La Russa ricorda che il primo emendamento abrogativo della tassa era firmato An. E il leghista Roberto Castelli si chiede: «Prima mettono la tassa, poi tolgono la tassa: ma chi è impazzito per davvero in Italia»?