Il governo si ritira dall’Irak, ma non sa come

Salta l’accordo con gli Usa per difendere i tecnici impegnati nella ricostruzione

Roberto Scafuri

da Roma

Entro l’autunno non ci saranno soldati italiani in Irak. Il contingente, com’era previsto, verrà quasi dimezzato a partire da giugno: l’avvicendamento tra Battaglione Garibaldi e Battaglione Sassari porterà gli uomini impiegati in terra mesopotamica da 2.800 a 1.600. Nel decreto di rifinanziamento della missione, che proprio in quei giorni approderà in Parlamento, dovrebbero essere specificati nel dettaglio tempi e modi del rientro. Un piano complesso sia dal punto di vista tecnico (secondo i militari ci vogliono almeno quattro mesi); sia da quello diplomatico-strategico (Prodi comincerà a parlarne il 2 giugno a Roma con Blair, D’Alema ne tratterà con Condoleezza Rice il 12 a Washington); sia da quello politico (unionisti moderati e radicali si continuano a «marcare stretto»).
«Ritiro pieno, secondo l’impegno assunto durante la campagna elettorale», ha ribadito il titolare della Farnesina, Massimo D’Alema, ieri al consiglio straordinario dei ministri esteri della Ue alle porte di Vienna. Ma la partita ormai non si gioca più sulle date («Inopportuno farne un dibattito, anche per ragioni di sicurezza», ha ricordato D’Alema). Intestardirsi per una manciata di giorni non interessa né al comunista Diliberto che chiedeva agosto, né al dl Rutelli, che avrebbe diluito i tempi «entro l’anno» («tempi non dissimili da quelli annunciati dalla Cdl», ha annotato malizioso il mastelliano Mauro Fabris). È comunque per questo che l’«effetto annuncio» del ritiro immediato ha avuto la sua importanza. La questione rimasta sul tappeto è piuttosto quella della «riconversione civile della missione», secondo gli impegni assunti dal precedente governo con gli anglo-americani.
In particolare, la partecipazione ai «Prt» (Provincial Reconstruction Team): squadre di 15 civili occidentali con il compito di coordinare gli interventi di ricostruzione nelle diverse province, sotto la direzione politica diretta del Dipartimento di Stato Usa. Per la difesa di questi Prt, gli angloamericani avevano ottenuto dall’Italia l’impegno a far restare 800 militari. Prodi, D’Alema e Parisi hanno deciso di recedere dall’accordo, considerati gli alti rischi in loco e quelli sull’Unione a Roma. Un «disimpegno totale» che dovrà essere fatto digerire a Usa e Gran Bretagna e che l’ex ministro Martino ha giudicato «decisione vergognosa che dilapida il prestigio dell’Italia e vanifica i sacrifici dei nostri militari». Si comprende però come il nodo più profondo che agita la maggioranza stia in una svolta complessiva: cambiare il ruolo della presenza italiana nelle missioni internazionali. Una necessità sollevata dal capogruppo di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore, sul quotidiano Liberazione. Se il programma dell’Unione non entra nel merito, il Prc vuole chiamare «tutta l’Unione a un passo avanti». Scrive Migliore: «Facciamo un bilancio su ciò che oggi sono state e che sono tutt’oggi queste missioni e decidiamo serenamente di cambiarle... Dobbiamo cambiare in profondità la politica estera per poter cambiare davvero anche il nostro Paese. Le timidezze non pagano... Possiamo restare imprigionati nella tela del ragno che hanno tessuto i nemici della pace o rifiutare di subire un destino già scritto...».
Varrà per l’Afghanistan in futuro, ma già adesso la questione irachena permette di verificare sul campo il tipo di metodo usato. Il governo, come ha spiegato D’Alema, introdotta la «discontinuità» del ritiro entro l’autunno, sta lavorando a un «pacchetto» per sviluppare altre forme di cooperazione, «politica, civile e umanitaria», di cui discuterà in tempi rapidi «con il legittimo governo iracheno». Civili con o senza copertura militare. Ma chi garantirebbe la sicurezza dei nostri «operatori»? «Queste cose le vedremo, con realismo e serietà», ha tagliato corto D’Alema. «Forse spera che a proteggere i nostri civili siano i militari americani?», l’ha incalzato Martino. Secondo Migliore si potrebbe optare per missioni civili con personale iracheno: «Una volta in cui non c’è più presenza militare, si può discutere... Non è detto che nelle missioni civili debbano per forza partecipare degli italiani, ci sono già molte missioni internazionali a cui prende parte personale iracheno e la presenza di stranieri è ridotta solo a un ruolo di advisor, anche perché l’Irak è uno Stato dove le competenze non mancano». Il rutelliano Ermete Realacci è rimasto invece alla logica dei Prt, cioè «una copertura di polizia che però non avrà nulla a che vedere con la presenza militare di adesso» (già, ma come?). Il prodiano Franco Monaco pensa piuttosto a forme di «cooperazione con le forze di altri Paesi». Così come il capogruppo dei deputati Verdi, Angelo Bonelli, che vede una cooperazione con «Stati europei oltre che con l’Onu». Strada caldeggiata dall’ex consigliere speciale dell’Autorità provvisoria della coalizione, Marco Calamai, che al ritiro completo di militari e civili farebbe ora corrispondere «una nuova fase di aiuti attraverso le Nazioni unite e la Ue».