Governo, sulle pensioni si tratta a oltranza

Sarkozy ha dato il «la». Ma il primo a ridere di Berlusconi è Berlusconi, perché è un italiano sorridente e non un gallo cupo e ipercinetico. Però i banchieri e gli investitori e i risparmiatori francesi non ridono. Hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli italiani, il debito è puntualmente onorato, il Paese emittente ha un differenziale positivo tra entrate e uscite (avanzo primario), il patrimonio pubblico e il risparmio privato italiani sono imbattibili, l’indice di disoccupazione è migliore di quello francese, la capacità esportatrice competitiva. Le nostre banche si sono tenute relativamente fuori dalla turbolenza greca e dal contagio, quelle francesi ci sono entrate con tutte le scarpe e scoppiano di titoli semi-insolventi. Corporativismi e freni alla crescita sono di casa da noi e da loro. Non so se l’ultima risata, quella che conta, sarà dei donneurs de leçons.
La Merkel ha tenuto botta, ma si vede nel video che era imbarazzata dalla gaffe, e che non poteva non opporre un timido sorriso tipicamente tedesco alla imbarazzante performance di un uomo di stato inutilmente sarcastico con il quale ha litigato per mesi in modo inconcludente, «disastroso» come ha detto Jean-Claude Juncker, presidente dell’area euro. Adesso è il nostro turno di farci quattro allegre risate, come oggi alle 17 in punto a Piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, con Antonio Martino. Venite tutti, mi raccomando. Non piove.
Scaricare i problemi politici franco-tedeschi sull’Italia: questo il programmino, lo spot di Bruxelles. I tedeschi hanno ragione quando chiedono che noi si vada in pensione in modo europeo e non latino. Qualche riformetta, di tante che ne aveva promesse, tra un matrimonio e l’altro, perfino Sarkozy l’ha fatta. Ma non è quello il vero problema. L’Italia, i suoi governi e la società, anche imprenditoriale, peccano da tempo di inerzia davanti al problema della crescita, e una parte di questa inerzia, a parte il carattere furbo della nazione tutta, va addebitato alla scarsa propensione al rischio: che non fossimo un esempio di economia capitalistica lo si sapeva già dai tempi in cui generazioni di classi dirigenti e di italiani tutti accumulavano un debito pubblico poderoso, alimentando ricchezze sociali e private piuttosto consistenti, foraggiando una politica onnivora. Lo dicono anche i bravi giovani trentenni capi sul territorio di quel che resta del Pd. Con Berlusconi qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. Siamo i primi ad essere insoddisfatti, ragioniamo come Giavazzi & Alesina, la premiata ditta di economisti (silete economisti!, disse un arrogante Tremonti) che ci mette generosamente in guardia dall’equivoco secondo cui più libertà e concorrenza competitiva sarebbero nemiche dei giovani e dei lavoratori. Balle antimercatiste, balle apocalittiche, balle decliniste, balle per la gola.
Paul Krugman, che non è un calvinista ma un gigantesco cervello ebraico dell’economia liberal e keynesiana, non un neoliberista, cui non per sua colpa è toccato un Nobel come economista americano, continua a ripetere nel New York Times, che non è Le Figaro, una verità assoluta, di quelle che ci vuole molta psicologia depressiva o molta furbizia politica per non voler afferrare: l’euro è in crisi perché, senza un prestatore di ultima istanza come la Bce, che fermi l’aggressività dei mercati, coloro che prestano o giudicano il livello dell’indebitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette titoli. Per la Grecia è successo quel casino che tutti sappiamo, ma è un’economia periferica, oltre che un popolo che vive di fierezza giusta e di ingiusta opulenza assistenziale. L’Italia è diversa, è un altro caso. Intanto è solvibile. Eppoi solo il circuito vizioso perverso che le impone una moneta non tutelata, come oggi è l’euro, può metterla in difficoltà, trascinando l’Europa intera nella rovina.
Bene. Krugman dixit. Provvedere dunque, visto che quella è la incontrovertibile verità e l’inflazione nelle economie depresse è una tigre di carta e di incubi da anni Trenta, a meno che non si voglia distruggere il progetto di cui anche l’Italia è Paese fondatore, la base comune del progresso pacifico e prospero promesso dopo i fascismi dagli Adenauer, dagli Ehrardt, dai Monnet, dagli Spinelli e dai De Gasperi (sopra tutto De Gasperi). Queste cose le sanno gli artigiani, gli esportatori delle piccole e medie imprese, ma anche la grande impresa manifatturiera e le banche italiane, quando ragionano con la loro testa e non fanno controproducenti moralismi a sfondo politico. Le dovrebbe sapere anche l’opposizione di Bersani e Letta, se non fosse trascinata nel disastro di un pensiero burocratico-giudiziario dall’antiberlusconismo come non programma. Agire, dunque, e subito. Ma non per autopunirsi, non per dividersi, non per procrastinare i problemi. Il colpo d’ala di Berlusconi è giudicato anche dal Corriere della Sera una possibilità. Era d’altra parte tutto scritto già, Berlusconi se ne era reso conto. Ma comandare è un’arte difficile nel Paese dei parrucconi e delle fazioni distruttive che sono capaci in questa situazione di ingaggiare una rissa strapaesana di tipo giudiziario e pornogiornalistico con il capo del governo. Ora però si deve annunciare, fare, spiegare, senza paura e tentennamenti. Basta lagne. E vediamo chi sarà l’ultimo a ridere. Intanto prendiamoci il tempo di una risata noi, a Piazza Farnese, ore 17.