Governo tecnico, solo un sinonimo di «papocchio»

Caro Granzotto, si parla di governo tecnico, di governo di alto profilo. Ma chi sarebbero questi nuovi geni? O queste entità al momento sconosciute che dovrebbero mettere le cose a posto? Abbiamo visto che nel passato questi governi «tecnici» hanno fatto cilecca per non dire schifo. Questa sinistra di Bersani e questo centrosinistra di Casini affiancato da Rutelli, con il giustizialista Di Pietro, non potendo vincere le elezioni democraticamente tentano il ribaltone per far fuori Berlusconi. Diciamolo.
Sarteano (Siena)

L’abbiamo detto e stradetto, caro Ruggieri: mica ce lo siamo tenuto per noi. Governo tecnico o di transizione o balneare o di salvezza pubblica sono tutti sinonimi di inguacchio. Di papocchio. Di ammucchiata. Resta da vedere se il valzer istituzionale che s’aprirebbe in caso di dimissioni del governo contempli anche quel passo. È poco probabile, ma nel caso l’ammucchiata fosse presa in considerazione toccherebbe metter mano al pallottoliere per verificare se dispone della maggioranza - anche risicata, anche alla Prodi - in Parlamento. Ora come ora e tenendo conto dei maramaldi, l’avrebbe alla Camera, ma non al Senato. È per questa elementare ragione che l’ipotesi del governo tecnico sta perdendo quota a vantaggio di quella di elezioni anticipate. Soluzione che fa venire i sudori freddi non solo alle micro formazioni politiche che di questi tempi tanto si agitano, ma anche al Partito democratico che avrebbe da proporre ai suoi elettori solo l’antiberlusconismo. Un po’ poco, come le precedenti esperienze insegnano, per tirar su voti. Oltre tutto si andrebbe alle urne con l’attuale sistema elettorale, concepito per il bipolarismo e dunque svantaggioso per i partitini corsari, retaggio della prima Repubblica e del proporzionale che l’accompagnò. Però, caro Ruggieri, come siamo caduti in basso. I partitini, i partiti detti «laici» di una volta avevano alla guida i La Malfa, i Malagodi, i Saragat. Oggi ci ritroviamo con i Casini, i Fini, i Lombardo. Con i Di Pietro. I primi si accordavano per entrare nella maggioranza di governo per principalmente governare; i secondi sono pronti a farlo (o a rifarlo) per principalmente ricattare e acquisire potere. Inoltre, nessuno dei tre segretari «laici» della prima Repubblica aveva un ego così smisurato come, un nome a caso, Gianfranco Fini. Ambizioni, certo, ma debordanti megalomanie unite alla piccata saccenza di un, faccio sempre dei nomi a caso, Gianfranco Fini.
Le differenze, a tutto svantaggio dei neo cavalieri dell’inciucio, continuano. Mi scrive Mauro della Porta Raffo che Gianfranco Fini «va allontanato dalla presidenza della Camera non in ragione delle sue ondivaghe posizioni politiche, non per risentimento, non per aver tradito gli elettori... No, va cacciato perché si permette di dirigere i lavori del consesso masticando la cicca americana. Un comportamento assolutamente imperdonabile». Concordo, anche se non giudico il comportamento del presidente della Camera imperdonabile, bensì cafone. Da paysan parvenu, per dirla con Marivaux, cioè villan rifatto. Non è, questo, un giudizio offensivo (lo sottolineo perché Fini ha preso gusto alle querele), ma una costatazione, un prendere atto della realtà delle cose. E per tornare a bomba, ecco, tutto si poteva dire di La Malfa, Malagodi o Saragat, ma non che fossero cafoni (se è per questo, i loro partiti non disponevano nemmeno di alloggi nel principato di Montecarlo, sempre un po’ cafoneschi, diciamoci la verità. Ma questa è un’altra storia).